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giovedì 20 settembre 2012

XX settembre: e se provassimo a unirci?



XX settembre: ne abbiamo viste tante in questa data che dovrebbe essere restituita ai cittadini come festa nazionale; se non altro perché compie la definitiva unità d'Italia restituendole la sua Capitale, dopo il trasferimento di questa da Firenze, ultimato nel 1871. Salvo gli 'aggiustamenti' che furono conseguenza dell'ultimo dopoguerra, la fisionomia del Paese da quel momento non cambierà più. Spiace per Giorgio Napolitano e per quei pochi nazionalisti e patrioti rimasti, ma le celebrazioni dell'anno scorso per il 150° dell'unità d'Italia sono stati uno spreco di risorse pubbliche e nulla di più: il vero 150° cadrà il 20 settembre del 2020.

Il XX settembre è il nostro independence day, il primo (l'altro è il 25 aprile, data pure quella invisa a una larga fetta di potere politico), la liberazione dalla teocrazia vaticana. Che era - ricordiamolo - unadittatura in piena regola. E' dunque una data importante, e andrebbe degnamente celebrata. Invece in questi anni ne è stato svilito il significato: commemorazioni dei poveri zuavi pontifici vittime dei bersaglieri, prototipi degli odierni laicisti brutti sporchi e cattivi; santificazioni dell'assurdo, con il conio del concetto di 'laicità positiva'; genuflessioni eccellenti (dal Quirinale in giù) al ritrovato potere temporale della Chiesa, grazie al virus del clericalismo 2.0 , quello che rammollisce le ossa lombo-sacrali degli amministratori pubblici, che si ritrovano compulsivamente a inchinarsi ai gerarchi vaticani in nome del 'rispetto delle posizioni di tutti'. Incluso chi ha torto ma fa finta di niente.

Ne abbiamo viste di tutti i colori, e altrettante abbiamo tentato di denunciarne all'opinione pubblica. Ne manca una, in realtà, da denunciare, ed è scomoda e dolorosa: la frammentazione dei laici, problema antico, persino nel giorno che dovrebbe vederli marciare uniti nel nome dell'interesse comune, la piena, effettiva e non formale realizzazione della laicità dello Stato. E non il bombardamento della Città del Vaticano coi B-52, precisiamo casomai qualcuno da oltre Tevere dovesse leggerci.

Oggi, venti settembre 2012, sono previste diverse cerimonie di commemorazione della presa di Porta Pia: troppe. Sarebbe meglio, almeno per una volta, superare divisioni e narcisismi di partiti, associazioni e gruppi e unire le forze, fare numero e, con un segnale inequivocabile alla classe politica (e non al clero, del quale in fondo non ci importa nulla), materializzare lo scontento per il tradimento della Costituzione all'articolo 7: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». Il successivo paragrafo andrebbe cassato del tutto.

Se dovessimo stabilire che un ipotetico calendario laico inizi col venti settembre, e che dunque oggi è il primo dell'anno, questo potrebbe essere il proposito per l'anno nuovo, il compito che tutti gli interessati alla soluzione del problema del tradimento della Costituzione devono svolgere nel nuovo anno: superare le divisioni, rinunciare ai personalismi, acquistare credibilità presso le istituzioni e i cittadini, conquistare gli indifferenti ai temi legati alla laicità, uscire dal piccolo circolo snob dei 'laicisti' e parlare a tutti in maniera chiara. Oltretutto il momento storico è propizio: la crisi economica rende particolarmente insopportabili i privilegi del Vaticano e della Chiesa cattolica, l'immenso scandalo della pedofilia clericale è ancora sepolto dall'omertà politica e sta cominciando solo adesso a venire a galla. Battere il ferro finché è caldo, insomma.

Ma se marciamo divisi, non andremo da nessuna parte; e realizzeremo definitivamente (i segnali ci sono tutti) quell'incubo per cui invece che entrare noi nelle mura leonine, sono loro che sono passati di qua attraverso quella Breccia. Parliamone.

Già pubblicato qui.

martedì 18 settembre 2012

Film blasfemo, Google inventa la censura a macchia di leopardo



"L'innocenza dei musulmani", il film che ha scatenato la reazione violenta e rabbiosa da parte degli integralisti islamici in tutto il mondo e che ha portato all'uccisione - tra gli altri - dell'ambasciatore americano in Libia Christopher Stevens, non sarà censurato da Google, proprietaria di YouTube, dove il film sta girando da tempo. O almeno non sarà censurato ovunque ma per ora solo in India, Indonesia, Libia ed Egitto. Questo malgrado una richiesta di rimozione da parte di un imbarazzato Barak Obama, che deve fronteggiare anche l'attacco interno dell'avversario per la Casa Bianca Mitt Romney, secondo il quale il presidente in carica è troppo tiepido nella sua risposta agli attacchi verso le ambasciate e gli interessi degli Stati uniti.

Appare evidente che la reazione rabbiosa degli integralisti, guidata e istigata da Al Qaeda, ha motivazioni che vanno oltre il contenuto del controverso film. Motivazioni che vanno ricercate nella loro decennale lotta contro "l'imperialismo occidentale", soprattutto made in Usa, in un momento propizio per approfittare dell'esito (deludente, finora) della cosiddetta primavera araba e acquisire potere nelle nazioni interessate. Ma il problema della pretesa intoccabilità della figura del fondatore dell'Islam e del suo libro sacro esiste, ed è serio. Ne sanno qualcosa - tra i più conosciuti - Salman Rushdie, condannato a morte da una fatwa dell'allora Ayatollah Khomeini per il suo libro blasfemo "I versetti satanici" già nel 1989, oppure più recentemente il vignettista danese Kurt Westergaard, che aveva ritratto il profeta in una sua vignetta con una bomba nel turbante. Un estremista somalo riuscì due anni fa a raggiungerlo nella sua casa in Danimarca e fu arrestato (e poi condannato) solo un attimo prima di mettere in pratica il suo proposito omicida. Non si salvò invece Teo Van Gogh, regista olandese assassinato per aver inserito nel suo film "Submission" scene giudicate blasfeme dal pazzo di turno.

E' interessante l'atteggiamento di Google, che solitamente si fa paladina della libertà di espressione e protagonista di lotte per i diritti civili, come per la campagna "Legalize love" in favore dei diritti delle persone omosessuali, con un tour che sta girando il mondo a partire da alcuni dei paesi meno propensi a concederli, questi diritti: Singapore e Polonia.
In un comunicato, la società afferma che il video incriminato resterà disponibile su YouTube (di cui è proprietaria) perché non vìola le sue linee guida, che garantiscono la libertà di espressione ma non consentono invece lo hate speech, ovvero istigazione all'odio chiaramente diretto verso persone o gruppi di persone. Diventa spesso difficile stabilire quando il limite tra libertà d'espressione e istigazione all'odio viene varcato, ma «questa può essere considerata una sfida perché quello che va bene in un Paese può essere offensivo altrove: questo video, che è ampiamente disponibile sul web, rientra chiaramente nelle nostre linee guida e quindi resterà su Youtube», si spiega nel comunicato; fatti salvi quei paesi dove è del tutto illegale o dove (Libia ed Egitto) ragioni di "opportunità" ne sconsigliano la diffusione.

«Libertà di espressione a geometria variabile», l'ha definita in un graffiante articolo Massimo Gaggi sul Corriere.it, evidenziando «l'impossibilità di mantenere, nel mondo della comunicazione digitale e globalizzata, una visione della libertà d'espressione universale e assoluta, applicata ovunque nello stesso modo [...] Chi decide quali sono le situazioni di particolare delicatezza che giustificano un intervento censorio, sia pure temporaneo?». Viene ricordato anche l'atteggiamento ambiguo di Google sul mercato cinese, dove solamente lo spostamento a Hong Kong dei suoi server avrebbe consentito di cessare la presunta censura di alcuni contenuti per compiacere il governo di Pechino.

E' facile condannare la violenza cieca e l'intolleranza di alcuni gruppi religiosi (gli integralisti islamici ma anche chi ha pensato e realizzato il film per una stupida rivalità tra religioni), ma che debba essere una società privata votata al business a dover decidere quando difendere la libertà di espressione, e quando invece è inopportuno, è più difficile metterlo in evidenza. Non è rassicurante che debba essere il mercato a porsi il problema di evidenziare, volente o nolente, che gli spazi di libera circolazione di informazioni e opinioni, ormai da anni quasi esclusivamente digitali, non sono più al sicuro, nemmeno loro, dall'intolleranza ideologica.
Google (e gli altri social network a diffusione planetaria) è in questi giorni sotto attacco - più o meno velato - per la sua presunta incoerenza. Ma non sarà piuttosto che è stata lasciata sola in questa lotta? Lotta che, in ultima analisi, non sarebbe nemmeno di sua esclusiva competenza. Il potere politico è quello che deve essere chiamato in causa, semmai, perché troppo spesso si nasconde dietro l'impossibilità di interferire nel libero mercato e garantisce la libertà di fare impresa nel settore della comunicazione e diffusione di idee quando fa comodo, ma in altri casi pretende la censura senza assumersene la responsabilità diretta.

Pubbicato ieri qui.


venerdì 7 settembre 2012

Un requiem per i cattolici adulti


Come Diogene vagava con una lanterna in cerca dell'uomo, anche noi cerchiamo i cosiddetti cattolici adulti, ma questi continuano a mancare all'appello. Anche dopo che il tanto amato (dal popolo, un po' meno dalle gerarchie ecclesiali) cardinal Carlo Maria Martini se ne è andato, scandalizzando i cattolici più ortodossi col suo rifiuto dell'accanimento terapeutico e denunciando autorevolmente (e fin troppo benevolmente, ma si sa, non è facile criticare una struttura di cui si fa parte a pieno titolo) il colossale ritardo culturale della Chiesa cattolica, e - di conseguenza - della religione che questa rappresenta.

L'otto agosto scorso, parlando con padre Georg Sporschill e Federica Radice, in quello che la stampa considera il suo 'testamento spirituale', Martini affermava chiaramente che «La nostra cultura è invecchiata [...] le nostre case religiose sono vuote e l'apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi». Il cardinale, papabile al conclave che ha eletto il reazionario Joseph Ratzinger (che infatti ha subito tentato di riportarlo nei ranghi - da morto - definendolo "pastore fedele"), appare sconsolato nel vedere «così tanta cenere sopra la brace [la Chiesa, ndr] che spesso mi assale un senso di impotenza», e arriva ad auspicare «la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi. Gli scandali della pedofilia ci spingono a intraprendere un cammino di conversione. [...] Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale. La Chiesa è ancora in questo campo un'autorità di riferimento o solo una caricatura nei media?». E alla fine, prendendo atto che «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni» si chiede: «Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?».

Sembra che con Martini siano spariti definitivamente anche quei credenti critici che la chiesa - ecclesia ha al suo interno; già quando era in vita non sono stati capaci di cogliere con convinzione quel poco di spinta verso un adeguamento alla realtà da parte della Chiesa che il cardinale - insieme ad altre figure ecclesiali ben più critiche, come il teologo Hans Kung - auspicava. Ora mancano del tutto all'appello: non si curano nemmeno che il loro amato cardinale venga abbandonato in pasto a spudorati fanatici cattolicisti come Antonio Socci (ne abbiamo parlato diffusamente qui), che spalleggia e istiga la parte più reazionaria della Chiesa, affermando tranquillo che «Martini ha sempre cercato l'applauso del mondo, ha sempre carezzato il Potere (quello della mentalità dominante) per il verso del pelo, quello delle mode ideologiche dei giornali laicisti, ottenendo applausi ed encomi. È stato un ospite assiduo e onorato dei salotti mediatici fino ai suoi ultimi giorni».

Invero Socci, dal punto di vista dei 'laicisti', sparlando di Martini a suo piacimento non fa che confermare quanto spesso sia statasopravvalutata la sua pastorale e il suo presunto coraggio. Oppure, a seconda dei punti di vista, quanto facile sia interpretare a proprio piacimento e convenienza le parole di chi parla con poca chiarezza e convinzione, o da una posizione di compromesso.

Forse dobbiamo attendere che tra i credenti si spengano il dolore e il lutto coreografico e in molti casi ipocrita di questi giorni, per la morte del cardinale, per vedere un segno di vita dei cattolici adulti. Ma se questi vogliono tornare dal loro mondo di zombie farebbero bene a battere un colpo, prima che li diano per dispersi definitivamente e vengano sospese le ricerche.



Pubblicato ieri qui.

lunedì 3 settembre 2012

Dell'altruismo degli atei - Un dibattito necessario



L'esperienza sociale umana è stata sempre caratterizzata da una forte impronta prima spirituale e poi religiosa, che ha avuto - e in parte ancora ha - un peso determinante nella formazione delle culture e del pensiero. In un contesto simile, quella dei pensatori liberi, in buona parte non credenti, è una vita non facile, che li costringe a cercare spazio e legittimità in continuazione per la loro etica. Il fiorire e prosperare di una lunga serie di luoghi comuni, poi, ha complicato ulteriormente le cose. Quella dell'altruismo, ad esempio, è una delle questioni principali: il pensiero diffuso è che i credenti siano più altruisti e caritatevoli dei non credenti, se non altro per ragioni "contrattuali" (la carità è uno dei cardini - praticamente un obbligo - delle religioni organizzate), mentre i non credenti, non avendo stipulato un simile "contratto" con la divinità, non hanno quest'obbligo e - anzi - sono propensi all'egoismo gaudente. Luoghi comuni, appunto.

Negli Stati Uniti si sta sviluppando un interessante dibattito sul tema; interessante malgrado si debba tener conto della diversità culturale tra le due sponde dell'oceano, e visto anche che al di là dell'Atlantico la "carità" ha un'impronta prevalentemente privata, e offre persino vantaggi fiscali non trascurabili a chi la fa. Fatta la tara, crediamo che il dibattito si possa riprendere e sviluppare anche nel vecchio continente; e in particolare in Italia, in assoluto lo stato europeo dalla politica più confessionale, a dispetto della sua Costituzione. L'Uaar, Unione atei e agnostici razionalisti, che sta monitorando il dibattito, ha riportato i dati di uno studio (tra i tanti) di Arthur Brooks (professore di economia aziendale e politica governativa all'Università di Syracuse) sulla generosità dei non credenti, nel quale il postulato è che «quando si allarga lo spettro dell'indagine per includere attività di beneficenza che vadano al di là delle donazioni in danaro, l'idea che le persone religiose siano più generose di quelle non religiose comincia a vacillare»; questo, in un contesto tipicamente anglosassone, dove storicamente è mancata l'influenza (l'invadenza?) di una Chiesa onnipresente come quella cattolica, e dove si è educati fin da piccoli ad organizzarsi per raccogliere fondi per qualunque causa.

Di questi giorni, invece, è la proposta della blogger americana Jen McCreight, che vuole «migliorare il movimento ateo», e che ha lanciato e sviluppato l'ateismo+: una forma di ateismo militante che è «una sintesi di giustizia sociale nel New Atheism» (l'ateismo scientista di Dawkins e Dennet), ovvero «il tentativo di creare un movimento che dia la priorità a istanze di eguaglianza, facendolo da un'esplicita prospettiva non religiosa», nel quale l'ateo si impegna attivamente a combattere le diseguaglianze sociali, includendo «tutti coloro (e sono tanti) che preferiscono al momento restare fuori da un impegno attivo nelle associazioni atee».

Ogni analisi rispettabile ha bisogno di prospettive complessive (sguardo da lontano) e dettagliate (sguardo da vicino). Al di là dell'importanza dell'uso delle parole (in questo caso forse "laico" sarebbe un termine più adatto di "ateo", visto che l'ateismocomprende una moltitudine di visioni differenti, tante quanti sono gli atei, mentre gli agnostici non vengono nemmeno citati), della collocazione geografica degli interessati al dibattito, e della metodologia d'indagine sull'attivismo di credenti e non credenti, di cosa parliamo: di trovare "qualcosa da fare" agli atei, ora che sono in crescita conclamata e in numero non più trascurabile, come se fossero stati fino a oggi a girarsi i pollici? Oppure di stabilire se sono inferiori ai credenti e capaci di carità? Si tratta di verificare le qualità (spontaneità, sincerità, motivazioni) dell'altruismo degli uni e degli altri, oppure di tentare di occupare - almeno in parte - uno spazio prima esclusivo dei credenti?

Se si vuole discutere seriamente bisogna subito sgombrare il campo da ogni equivoco possibile. Il dibattito americano - visto da qui - è in parte viziato: cerca di presentare una scena fatta di gruppi separati di persone (atei contro credenti), mentre la realtà è che ogni tratto del carattere dei singoli prescinde dall'appartenenza a un gruppo e dalle preferenze e credenze (o non credenze) personali. Dunque, l'ateismo+ e forse un'altra manifestazione di quel bisogno di alcuni atei di dimostrare di non essere inferiori ai credenti? Anche a livello psicologico: è altruismo puro o ricerca di gratificazione personale (ma questo riguarda anche i credenti)? Davvero l'ateo - in quanto ateo - ha bisogno della legittimazione del credente, e della società che questi domina? O piuttosto deve - alla sua coscienza di cittadino - solamente assumersi la responsabilità di partecipare al corretto funzionamento della democrazia che abita, anche negli aspetti meno piacevoli?

Pure sui termini bisognerebbe capirsi: volontariato, carità, in che senso vanno intesi, nel concreto? Lanciare una monetina a un accattone? Mettere il banchetto per raccogliere firme o fondi in favore di questa o quella causa? E l'attivismo per le cause 'alte', tipo la difesa della Costituzione o dei diritti civili, che tipo di impegno è? La McCreight (che a dire il vero è anche piuttosto critica nei confronti dei movimenti ateisti del suo paese) traccia dei confini precisi: la giustizia sociale, i diritti delle donne, combattere il razzismo, l'omofobia e la transfobia, usare il pensiero critico e lo scetticismo; ma il campo d'azione è molto più ampio.
Anche una volta stabilito l'oggetto del dibattito, la sensazione è che si rischia di prodursi in un giochetto inutile, come quello che cantava Giorgio Gaber (cos'è di destra e cosa di sinistra), su cosa sia laico/ateo e cosa invece religioso/confessionale. La stessa Uaar, la più grande associazione di atei italiana, non ritiene che «fare "volontariato sociale ateo" sia una strada da seguire per migliorare l'immagine degli atei: sarebbe un po' farlo per secondi fini. E' tuttavia vero che c'è un urgente bisogno, in Italia, di mostrare come una parte probabilmente maggioritaria del volontariato "vero", quello che non vive soltanto grazie ai contributi pubblici, sia aliena da ogni influenza religiosa». Facendo attenzione anche a non mutuare dal confessionalismo la propensione al proselitismo selvaggio che lo caratterizza.



Prendiamo l'emarginazione come terreno di confronto: tenendo sempre a mente che c'è una larga fascia di questa emarginazione che sussiste per cause non puramente economiche (come il disagio mentale, le conseguenze delle tossicodipendenze, eccetera), lo sguardo da lontano implica che ci debba essere una tensione ideale, quella verso uno stato sociale che abbia già dentro di sé strumenti efficaci per includere gli emarginati e disagiati in automatico. Oppure - ancora prima - di andare verso una società che non produca dei soggetti o categorie deboli, ovvero che crei e mantenga le condizioni per cui non esista emarginazione, povertà, bisogno. Lo sguardo da vicino, invece, dovrà ammettere che (se vogliamo evitare generalizzazioni maldestre), non sussistendo l'utopia della società perfetta di cui sopra, l'attivismo confessionale, comunque sia motivato, svolge nel complesso un ruolo importante, malgrado la sottotraccia di proselitismo e il parassitismo economico che incorpora, e che è connaturato nelle politiche cattoliche, in ogni settore, e che non di rado presenta la carità come ricatto sociale.

Va detto inoltre che sussiste una sorta di inerzia e apatia culturale per cui gran parte dell'opinione pubblica ritiene che le iniziative caritatevoli siano "naturalmente" appannaggio degli ambienti confessionali, e questo vale anche per molti atei.

Detto questo, è pacifico che nemmeno in questo settore i credenti abbiano l'esclusiva. Bisogna superare i luoghi comuni anche qui: credenti e non credenti già sono 'mischiati' nelle associazioni come nelle singole iniziative, e raramente si preoccupano delle etichette.
Per quanto riguarda le associazioni e i movimenti, indubbiamente quelle confessionali (la Caritas su tutte) godono del privilegio non trascurabile della grancassa mediatica quotidiana, ma sul territorio sono diffuse molte realtà che non hanno nulla - o quasi - a che fare con la religione, e sono efficaci almeno in egual misura. Una di queste è la milanese Cena dell'Amicizia onlus, nata nel 1968 in una parrocchia della zona Città studi, quando «un gruppo di amici si ferma di fronte a una panchina e invita a cena un "barbone"». In 44 anni, seguendo tappe importanti che l'hanno vista aprire centri di accoglienza diurni e notturni, maschili e femminili, e mettere a disposizione dei suoi "ospiti" degli appartamenti protetti, la 'Cena' è diventata un punto di riferimento importante per la lotta alla grave emarginazione sociale nel capoluogo lombardo. Massimo Acanfora, Responsabile Comunicazione e Ufficio stampa di quella che, nel suo statuto, si definisce associazione 'apartitica e aconfessionale', parla a Cronache Laiche: «In parte le nostre attività sono in convenzione con gli enti pubblici, dall'altra abbiamo creato - come quasi tutte le associazioni - una figura che si occupa di raccolta fondi da privati, aziende, fondazioni. Il nostro bilancio è intorno ai 4-500mila euro all'anno. Accogliamo oltre 30 persone in case di accoglienza, oltre alle attività che trovate sul nostro sito». L'associazione si è avvalsa per molti anni, oltre che di un buon numero di volontari (nella foto sopra alcuni di loro, durante la Giornata del volontario, che sarà replicata il prossimo 30 settembre), dei giovani che svolgevano il servizio civile alternativo a quello militare, i cosiddetti "obiettori di coscienza". «Purtroppo ora non abbiamo più convenzioni con il ministero, anche per i "tagli" al Servizio civile e il ridottissimo numero di ragazzi e ragazze che possono fare questa scelta». In ogni modo, tra i volontari «non chiediamo a nessuno se è credente o no. Né valutiamo in nessun modo il suo impegno con riguardo a questa sua scelta personale. Direi che non c'è nessuna differenza» tra gli uni e gli altri. «Collaboriamo con molte associazioni religiose in modo più o meno proficuo, a seconda della loro professionalità o meno, non tanto della loro natura confessionale. Lo stesso vale per gli enti non confessionali». Inoltre, «Siamo in continuo contatto con Comune di Milano, Asl e servizi sociali: i progetti con le persone senza dimora sono realizzati in collaborazione con loro nel 90% dei casi».
Tra l'altro, è da rilevare che raramente le istituzioni cattoliche si danno tanto da fare per protestare contro i tagli allo stato sociale e alle sovvenzioni alle associazioni di volontariato, così come si sgolano un giorno si e l'altro pure contro i matrimoni gay; per dirne una, su quelle che sono le loro priorità.

In conclusione: se c'è una chiara differenza di approccio all'impegno sociale tra laicità/ateismo e confessionalismo, forse non è utile né indispensabile che l'uno invada il campo dell'altro per motivi di 'controllo del territorio'. E non è nemmeno necessario trovare nuovi nomi per l'ateismo. Invece, è indispensabile, anzi, urgente insistere e seguitare a denunciare l'assenza colpevole delle istituzioni, combattere quel mostro che è la cosiddetta "sussidiarietà", malinteso (e principio, peraltro, tradito proprio dal governo dei cattolici di Mario Monti) con il quale queste ultime si scrollano di dosso la responsabilità di occuparsi del benessere collettivo, e - se non bastasse - tolgono ai cittadini la facoltà di scegliere liberamente se e come fare la "carità" coi propri soldi e secondo le proprie inclinazioni. Nonché, enorme fonte di sperpero costituito dalle regalìe pubbliche a vantaggio del clero, che - come detto - usando fin troppo spesso la carità come pretesto o come ricatto, se ne avvantaggia grandemente per fini non sempre caritatevoli.

Questo è decisamente un dibattito necessario.

(Si ringrazia Massimo D'Angelo per le traduzioni)

Già pubblicato qui e qui.


mercoledì 8 agosto 2012

Otto per mille: chiedilo anche ai consumatori


E alla fine ci siamo arrivati, finalmente: l'Aduc, associazione per i diritti degli utenti e consumatori, ha presentato all'Antitrust una segnalazione relativa ai famigerati spot della Cei («Se non ci credi chiedilo a loro»), una denuncia per pubblicità ingannevole in piena regola.

«Gli spot dell'8 per mille alla Chiesa Cattolica, che sono stati diffusi sui canali televisivi nei mesi scorsi e che ancora sono massicciamente presenti sul web, non la raccontano giusta», scrive nel comunicato dell'Aduc Alessandro Gallucci. «Nei messaggi pubblicitari si parla di aiuti ai più bisognosi, di denaro destinato a opere di beneficenza, insomma dell'utile e pia azione della Chiesa cattolica. Sembra che tutti i proventi dell'8 per mille siano destinati a scopi benefici. Non è così!».

Negli spot in questione si vedono pretini di campagna che assistono vecchiette isolate, infermiere devote a curare malati in Africa, parroci impegnati nelle periferie degradate delle città o a recuperare tossicodipendenti, e altre ricostruzioni in stile vagamente neorealista, sicuramente retorici e ingannevoli.

Sappiamo bene, invece, come vanno le cose: «Su circa un miliardo e mezzo di euro solamente il 22% è destinato a "interventi caritativi"», prosegue Gallucci. E il resto? «E' usato per esigenze di culto, sostentamento del clero, Sacra rota, ecc. Tutto lecito, per carità. Ma uno spot realizzato per chiedere il sostegno delle persone non dovrebbe dire la verità? Oppure bisogna far credere che i soldi dei contribuenti vadano in beneficenza quando nemmeno un quarto delle devoluzioni prendono quella strada? Il cittadino non è tenuto a sapere a che cosa viene destinata la sua scelta?». Già, a noi che paghiamo - volenti o nolenti - chi ci interpella mai?

Qui il testo della denuncia; segnaliamo anche l'iniziativa dei Radicali: una petizione per chiedere al governo Monti di dimezzare l'otto per mille appellandosi all'articolo 49 della legge 222/85, che prevede una riduzione automatica del gettito qualora questo subisca un incremento considerevole. Infatti, come è scritto nel comunicato, «nel 1990 la Conferenza Episcopale Italiana incassava 210 milioni di euro dall'8 per mille mentre a partire dal 2002 incassa più di 1 miliardo di euro l'anno. Cioè cinque volte quanto incassava vent'anni fa, mentre nello stesso periodo le spese per il sostentamento del clero sono passate dai 145 milioni di euro del 1990 ai 363 milioni di euro del 2012». Dunque, da almeno dieci anni l'aliquota dovrebbe essere stata ridotta almeno al 4 per mille, ma «la Commissione bilaterale che dovrebbe farlo non ha mai reso pubblici i suoi atti né le sue valutazioni. Proprio nel periodo in cui il Governo sta svolgendo una revisione della spesa pubblica per recuperare fondi utili alla riduzione del debito pubblico [...] si tratterebbe per lo Stato di un risparmio annuo di almeno 500 milioni di euro all'anno!».

Da queste parti, ahinoi, si sospetta che il governo clerical-tecnico di Monti da quest'orecchio non ci senta. Molto meglio aumentare le tasse, più facile e di sicuro effetto. Però ugualmente ci chiediamo: ma alle famiglie cattoliche, devote a santa romana chiesa, sta bene fare tanti sacrifici, faticare così tanto per arrivare alla fine del mese, mettere a rischio persino la procreazione cui la loro cattolica famiglia unita dal sacramento dovrebbe tendere, per pagare la collana d'oro del cardinale piuttosto che per costruire un'altra chiesa in un quartiere dove ce ne sono già una decina, e magari sono tutte semi vuote? 

Pubblicato ieri qui.


giovedì 2 agosto 2012

Casini - Vendola: si può fare



Noi l'avevamo previsto, e non era difficile. E alla fine l'ossimoro vivente, l'omosessuale militante ma anche cattolico l'ha fatto: ha aperto all'unione contro natura con il cattolicista perfetto.

Nichi Vendola ha ufficialmente sbandato a destra, aprendo alla possibilità di un'alleanza con l'Udc di Pierferdinando Casini, insieme al Partito democratico. 'Polo della speranza', lo ha chiamato: «Penso che il centrosinistra è il soggetto coalizionale fondamentale, e un centrosinistra che ha le idee chiare, cha ha una sua bussola ferma e un orizzonte netto non deve avere paura di portare con sé chi intende arricchire la coalizione», ha dichiarato, col tipico linguaggio inciucista di pentapartitica memoria. E nel farlo, non ha esitato a isolare Antonio Di Pietro, buttando nel cesso - almeno per ora - la famosa foto di Vasto: per lui l'ex Pm «non sta dimostrando molto interesse verso una prospettiva che avevamo immaginato insieme. La sua attività prevalente è da polemista più che da costruttore dell'alternativa».

Malgrado la smentita ufficiale del primo pomeriggio, subito dopo l'incontro con Pierluigi Bersani, non arriva dal partito di Vendola alcuna preclusione chiara e netta nei confronti dell'Udc: «Non poniamo veti ne' ultimatum a nessuno [...] se si è d'accordo nel superare le politiche liberiste delle destre, se si vogliono difendere i diritti sociali e l'equità sociale a partire dall'art.18, se si vogliono difendere i diritti civili a partire dai diritti delle coppie di fatto e gay, tutti sono benvenuti». Infine, Vendola si candida alle primarie del centrosinistra.
Tutti terrorizzati da Beppe Grillo, intenti a fare qualunque cosa possa danneggiarlo alle prossime elezioni. Peccato che così creeranno un danno enorme anche al paese tutto e alle sue possibilità di progresso civile e democratico, legando alla sua caviglia quella gigantesca palla al piede che è il moralismo cattolico applicato alla politica.

Vendola giusto lunedi sera, presentando con Enrico Mentana il film documentario a tematica omosessuale "L'amore e basta", non aveva rivendicato il diritto al matrimonio omosessuale vero e proprio (altra storia rispetto a poche ed isolate aperture di esponenti dell'Udc su una possibile regolamentazione delle coppie di fatto)? E spera di ottenerlo con Casini?
Che nessuno di loro si lamenti se poi l'astensionismo cresce!

Pubblicato ieri qui.

giovedì 26 luglio 2012

Partito cristiano: a Todi se ne parla, a Roma si fa



Mentre l'intellighenzia cattolica fa avanti e indietro da Todi chiedendosi se sia opportuno fondare un partito esplicitamente cristiano e/o cattolico, a Roma, la capitale (suo malgrado) della cristianità, si fa sul serio. Tocca a Gianni Alemanno, prossimo - si dice - alla ricandidatura per il Campidoglio, e al convertito Magdi Cristiano Allam battezzare il nuovo movimento.
Identità cristiana, si chiama, a scanso di equivoci, ed è fondata dai consiglieri Paolo Voltaggio (ex Udc) e Domenico Naccari (ex Pdl). Dopo la nascita delle liste Noi x Roma, di Isabella Rauti (moglie del sindaco), che verrà presentata oggi, e Rete Attiva x Roma, la nascita di Identità cristiana è il prosieguo delle grandi manovre a destra per cercare di arginare il prossimo tracollo del Pdl non solo a livello nazionale, ma anche all'ombra dei sette colli. Voltaggio, scriveva una settimana fa il quotidiano locale Cinque Giorni, «si professa neo-catecumenale e talora parla in nome del movimento» e « va affermando che i neocatecumenali appoggeranno Identità cristiana». La rincorsa di Alemanno «verso il cosiddetto mondo cattolico è una realtà quasi parossistica, soprattutto dopo lo strappo con la comunità di sant'Egidio del ministro Riccardi per la questione degli zingari. Alcune fonti ci segnalano addirittura che Alemanno stesso vada generosamente distribuendo elargizioni, ovviamente non di sua tasca, alle parrocchie romane».
Gianni Alemanno (ex, neo o post fascista, fate voi) deve recuperare molto di credibilità, dopo il disastro combinato a Roma in poco più di quattro anni: una città che sembra essere appena stata devastata da uno tsunami, incredibilmente sporca, trascurata all'inverosimile, inefficiente, in preda alle lobbies e alle mafie piccole e grandi. Una giunta, quella di Alemanno, ideologizzata e votata alla cancellazione delle tracce veltroniane e rutelliane, più che alla costruzione di un modello proprio. Grandi regali alla Chiesa locale (si veda la costruzione di ben 51 nuove chiese in un territorio che, come quello nazionale, si sta secolarizzando inesorabilmente) e la sua presenza, con tanto di fascia tricolore, a ogni manifestazione dei cattolici più integralisti. Per tacere degli innumerevoli scandali come la parentopoli dell'Atac, l'azienda di trasporto locale. Dovrà darsi molto da fare, il sindaco, per recuperare almeno un po' di credibilità.
Il nuovo gruppo in Campidoglio si presenta con un manifesto che avrà molti difetti (come quello di essere vagamente estremista) ma non manca certo di chiarezza, come quello degli intellettuali e filosofi di Todi. A cominciare dal pretenzioso nome: "Cura per il Futuro". Vediamo: il movimento si propone di «restituire ai cittadini, alle comunità, ai territori, al mondo cattolico, alle associazioni, ai movimenti ed al terzo settore uno spazio privilegiato dove servire la nostra comunità riavvicinando il cittadino alla politica, senza essere né rottamatori né formattatori. Siamo un movimento civico che si presenta come costola del centrodestra e vuole continuare a sostenere, anche in futuro, l'azione dell'attuale giunta», spiega Naccari. Questa sfida «è una scelta difficile perché c'è bisogno che il mondo cattolico trovi uno spazio e non come accade ai cattolici del Pd, per esempio a Rosy Bindi, che continuano a vivere in un partito pieno di contraddizioni». Su questo, come dargli torto?
Identità cristiana attinge a piene mani al repertorio propagandistico dei cattolici integralisti, come la difesa della vita e della famiglia, sotto l'attacco di non si sa chi. Si propone di «Prendere ogni iniziativa sul piano culturale, sociale e politico per la valorizzazione dell'identità cristiana come lievito all'interno della società italiana e, più in generale, del mondo contemporaneo [...] Promuovere e difendere la famiglia, quale istituzione e cellula vitale della società, tutelando il suo compito di servizio alla vita [...] Promuovere la dignità della persona umana dal concepimento fino alla morte naturale ed il riconoscimento e la tutela della vita in tutti i suoi aspetti», perché sembra «non esservi spazio per la manifestazione di una cultura radicalmente cristiana all'interno dei principali contenitori culturali, senza incorrere in accuse di ingerenza ed attentato ad un intoccabile laicismo. È fondamentale diffondere e difendere l'identità cristiana mediante il coinvolgimento di tutti in una formazione civica e politica che susciti sensibilità ed impegni». Forte e chiaro.
Alla fine del primo tempo, Roma - Todi 1 a 0. A voi studio. 

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martedì 24 luglio 2012

I cattolici verso Todi: poche idee, ma confuse



Nella marcia verso Todi, seconda puntata della saga dei cattolici che cercano il loro posto in politica, si avvicina un appuntamento importante: il prossimo 31 luglio, infatti, si terrà un incontro organizzato dal Forum delle persone e delle Associazioni di ispirazione cattolica con i principali esponenti politici: invitati i leaders di Pd, Pdl, Lega, Idv e Udc per discutere di legge elettorale. Questo in preparazione dell'incontro di ottobre nella cittadina umbra, aperto - al contrario dell'anno scorso - anche alla partecipazione dei politici. Vedremo se almeno i politici di mestiere - in piena campagna elettorale - sapranno portare un po' di concretezza in un dibattito fondato, per ora, sull'aria fritta.
Nel frattempo, il Corriere della Sera continua ad ospitare editoriali di personaggi illustri; tra gli ultimi, è stato il filosofo Dario Antiseri, dopo Ernesto Galli della Loggia e Mauro Magatti. Antiseri, di cui il quotidiano milanese ha pubblicato due editoriali - invero molto simili - nel giro di poco più di un mese, va decisamente controcorrente, ed esordisce con una fucilata subitanea, che sconfessa la tendenza generale dell'intellighenzia cattolica circa l'opportunità di fondare un partito vero e proprio: «Che un partito di cattolici non debba nascere è un dogma appeso al nulla. Che non ci siano le condizioni perché esso nasca è una falsità bell'e buona [...] Che cosa fece don Sturzo? E, dopo di lui, De Gasperi non creò un partito di ispirazione cristiana cui si deve la ricostruzione del nostro Paese?». Dunque, non più «presenti ovunque e inefficaci dappertutto», dice il filosofo, ma un partito vero ed esclusivo, come ai bei tempi della Democrazia cristiana. Chiarito questo, si passa all'autocritica: la cosiddetta antipolitica è stata generata dalla cattiva politica, anche quella cattolica. «Ma si rendono conto costoro che Grillo lo hanno creato e lo ingrossano giorno dopo giorno proprio le ingiustizie, i soprusi, gli sprechi, i privilegi, i furti, la catena di leggi ad personam, nomine di incompetenti a posti istituzionali nevralgici, misure sbagliate e prese da un Parlamento nominato da quattro Caligola?».
L'autocritica in campo cattolico è una rarità, forse per questo suona ancora più sorprendente: con la diaspora dei cattolici dopo il crollo della Dc sono state «calpestate le più elementari esigenze della famiglia, lasciate morire di inedia le scuole libere, ingoiata tutta una serie di nefandezze a cominciare dalla più indecente e illiberale delle leggi elettorali, spallucce su scandali a ripetizione, difesa ostinata di vergognosi privilegi... e mai un rappresentante politico di area cattolica che abbia avuto un sussulto di dignità dando le proprie dimissioni. Pronti a genuflessioni davanti al padrone di turno, il bavaglio spalmato di miele ha reso taciturni anche i più loquaci». La proposta, invece, dovrebbe partire dai « servizi promossi dai cattolici nelle Regioni italiane» e operanti nell'ambito sanitario, scolastico, sindacale, religioso e socio-assistenziale, una «realtà imponente creata e sostenuta dalla generosità di laici e religiosi cattolici». Che belle parole, direbbe il comico.
In tutto questo, il nuovo eroe, il "messia" atteso nello schieramento cattolico, è al momento il ministro Andrea Riccardi, già fondatore della Comunità di S. Egidio, dalle cui labbra - più che da quelle di Pierferdinando Casini - tutti pendono. Uno che l'anno scorso giurava che non avrebbe fatto politica: «Ripeto da vent'anni che i miei compiti sono altri. E poi in politica c'è bisogno di giovani». Anche qui, al di là delle vanterie moraliste, la musica è sempre la stessa. Riccardi aveva tentato già all'inizio dell'anno di incontrare Casini, Cesa e Raffaele Bonanni, tre politici di professione, suscitando le ire di alcuni componenti del Forum, a cominciare da Carlo Costalli del Movimento cristiano lavoratori, al punto da dover annullare l'incontro.
C'é da dire che con la tanto vituperata (e mai completamente compresa) antipolitica, il Forum in vista di Todi 2 ha in comune una produzione documentale e propositiva alquanto fumosa: un manifesto pieno di enunciati, dal tono ridondante ma assolutamente inutile nel fornire un indirizzo chiaro: idee, proposte concrete. Cosa si vuole fare ad esempio sul biotestamento? Oppure - tema di questi giorni - con i diritti delle persone glbt: si sta dalla parte di Casini o di Rosi Bindi? O forse dell'arcivescovo Desmond Tutu? Non si sa. Il continuo riferirsi alla dottrina sociale della Chiesa (se non la si vuole ridurre al Catechismo) e al fantomatico "bene comune" non sono certo una novità, e sono due contenitori che - a seconda dei punti di vista - possono contenere tutto e niente. Ma, ancorché preoccupanti in quanto fondati totalmente su presupposti ideologici, sono senz'altro due spunti insufficienti a convogliare il voto di un numero rilevante di elettori in un ipotetico partito cattolico del nuovo millennio, perché anche in ambito cattolico la società si è evoluta dal crollo della Dc a oggi, e pensare di presentarsi con la faccia di don Camillo nel 2013 vuol dire perdere in partenza; nemmeno sommando - come fa qualcuno - il numero di tesserati delle Acli, della Cisl e delle altre associazioni fondatrici del Forum di Todi. Non sempre ogni tessera vale un voto. Crediamo lo sappiano bene, dalle parti di Todi, e forse è per questo che molti (anche oltre Tevere) prudentemente preferiscono non esporsi fondando un partito con una identità così esplicita. Ma prima o poi bisognerà pure prendere posizione, se si vuole proporsi agli elettori.
Tornando al filosofo Antiseri, infine, egli si produce nel consueto assassinio della coerenza di chi prima condanna giustamente vergognosi privilegi, e poi si dimentica che nel suo elenco dei bravi laici e religiosi cattolici di cui sopra molti godono proprio di quei privilegi: le carriere dei docenti di religione nelle scuole pubbliche, la vergogna dell'otto per mille, l'invasione delle strutture sanitarie pubbliche favorita dai politici cattolici, per citarne solo alcuni.
Ecco perché suona piuttosto inefficace l'anatema di Antiseri, per il quale «mentre da una parte [l'antipolitica, ndr] monta una protesta senza proposta, dall'altra l'intellighenzia cattolica si riunisce a Todi e discute. Discute e non decide; rimanda ad altri incontri; e si contorce in ulteriori dispute. Nel frattempo, Saguntum expugnatur [...] Tuttavia, seguitare ad insistere da più parti dell'intellighenzia cattolica che un partito non di tutti i cattolici, ma di cattolici "liberali e solidali", nella prospettiva di don Sturzo e di De Gasperi, non debba nascere è una resa ai "fatti peggiori", un tradimento di attese e di speranze». Bravo.
Nella prossima puntata gli sviluppi di questa appassionante telenovela.

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sabato 21 luglio 2012

Afterlife, l'aldilà secondo gli atei



Afterlife è un video realizzato da The Thinking Atheist, nel quale alcuni atei attivi sulla rete esprimono il loro pensiero circa la morte, e quello che - forse - segue la morte. L'Uaar ne ha realizzato una versione con sottotitoli in italiano, inserita nel suo canale YouTube.

Il concetto fondamentale, spiegato chiaramente nel bel filmato, è che darsi un insieme di regole di vita, che abbiano senso o - più spesso - meno, nell'ottica di una non meglio precisata vita ultraterrena, seguirle alla lettera attraverso un percorso prestabilito da altri in altri tempi e contesti, rinunziando alle proprie capacità di raziocinio, significa mortificare la propria dignità di essere pensante e uomo libero. Significa spendere (sprecare) l'intera vita, svuotandola così di valore, in preparazione di una ipotetica altra vita della quale non c'é e non c'é mai stata alcuna prova; vuol dire in sostanza «venerare la morte», svalutare la propria esistenza e dare più importanza a un singolo evento non ancora avvenuto, ma a cui ugualmente concediamo da subito un potere totale su di noi.

In quest'ottica, conta poco ciò che ognuno di noi pensa sull'aldilà, su ciò che sarà - se sarà - la vita ultraterrena. I credenti, avendo già una risposta, non si pongono nemmeno la domanda; quanto agli atei: è notorio che dato che non esiste un solo ateismo ma tanti quanti sono gli atei, così l'interpretazione del significato di vita e morte è per loro soggettivo e personale. Ma c'é un altro aspetto, non meno importante, da considerare. L'ateo fin troppo spesso si sente costretto a giustificare la propria etica di fronte al mondo, tale e tanta è la preponderanza della visione religiosa della vita, e della morte; e questa occasione non fa eccezione. Perché anche questa speculazione (la vita, la morte, l'aldilà secondo gli atei) serve più ai credenti che gli atei: serve a dimostrare alla cultura contemporanea che ogni etica ha la sua dignità, serve a rivendicare uguaglianza anche nella visione filosofica della vita e della morte. Incatenare un discorso così alto, profondo ed importante alla necessità di dimostrarne la dignità di fronte a chi ha idee diverse, inoltre, forse è solo l'ennesima dimostrazione dello strapotere della cultura religiosa (non spirituale, attenzione), l'ennesima vittoria di quel tipo di arroganza: costringere gli altri sulla difensiva, almeno nell'aspetto pubblico della questione. Sarebbe ora di smettere di dare anche questo potere alla religione.

Perché ogni interpretazione della realtà, ogni speculazione sul suo significato è egualmente dignitosa: «Il fatto che non ci sia un grande disegno a giocare un ruolo, non significa che non c'é qualcosa di bello in quello che sta succedendo qui» e ora. Noi tutti siamo fatti della stessa sostanza - atomi e particelle subatomiche di materia barionica ed energia - sintetizzata miliardi di anni fa da una stella esplosa nell'immensità del cosmo, materia ed energia poi sfruttate dal Sole per accrescere la sua massa e formare i pianeti. Come particelle eravamo presenti - benché in altra forma - al momento del big bang, e parimenti saremo presenti fino alla fine (big crunch o qualsiasi altro evento sarà). E poco importa se noi come esseri umani ne siamo consapevoli o no: all'universo e alle forze che lo governano non interessa nulla della nostra consapevolezza.

Già solo questo è un concetto abbastanza grande da doverci lasciare senza parole; dopo di che, chi vuole prendere la scorciatoia rassicurante di un panorama codificato e già pronto per l'uso, imposto per millenni dietro la minaccia infantile di una eterna tortura, o la promessa - altrettanto infantile - di un premio per chi si adegua, faccia pure.

Quanto agli altri, per citare il video: «un'eternità in paradiso sarebbe un inferno, per me».

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martedì 10 luglio 2012

Trova il cattolico



Quest'estate proponiamo un giochino nuovo da fare sulla spiaggia: si chiama 'trova il cattolico', simile al quesito del Corvo parlante sullaSettimana Enigmistica, e consiste nell'aiutare i cattolici a trovare il loro posto, perché pare si siano persi. E non lo diciamo noi: a partire da Todi, sorta di orgogliosa Woodstock dei politici cattolici (e aspiranti tali) e cattoliche intellighenzie, fiorisce il surreale dibattito su dove siano finiti, i cattolici. Il luogo d'elezione dove discutere è al momento virtuale: le pagine del Corriere della Sera.

Dopo l'editoriale di Ernesto Galli della Loggia, tocca a Mauro Magatti, preside di sociologia all'Università Cattolica di Milano, esporre la sua sulla «questione cattolica». La questione, per Magatti, è costituita dalla presunta latitanza dei cattolici «in tutti i passaggi storici nei quali cambiano gli equilibri di potere». Anche Magatti deve ammettere che qualche problema c'é, con l'approccio cattolico alla società e alla politica: si tratta di «alcune inclinazioni involutive che, quando non sono contrastate, ne deprimono le potenzialità». Ovvero: il provincialismo moralista dei cattolici italiani, che avrebbe provocato lo svilimento de «l'originale punto di vista che il cattolicesimo ha elaborato sui temi sociali, economici e antropologici», e il disinteresse o addirittura la «diffidenza nei confronti della politica, specie di livello nazionale, vista per lo più come intrigo e mera lotta di potere», una sorta di snobismo dei cattolici verso i palazzi del potere. Questo li renderebbe marginali, e favorirebbe delle «dinamiche "uguali e contrarie" nel mondo laico: insofferenti a molti aspetti dell'Italia cattolica, accade spesso che siano i laici ad avere maggiori esperienze e collegamenti internazionali e, nel contempo, a considerare il governo centrale la leva di cui servirsi per potere finalmente modernizzare il paese».

E dopo la diagnosi arriva la terapia. Che è in parte fondata su una serie di avvertimenti diretti verso i laici, ai quali Magatti chiede di «riconoscere la peculiarità dell'Italia, amando il paese per quello che è [sottinteso: cattolico, ndr] e rifuggendo la ricorrente tentazione di volerne uno del tutto diverso (possibilmente non cattolico)». Infine, una piccola lista di cose da fare «per chi ha occhi per vedere il paese reale»: ripensamento del welfare al di là «della dicotomia pubblico-privato nella prospettiva dei beni comuni», centralità dell'impresa e valorizzazione «del lavoro, della educazione, della ricerca; riconoscimento della vita e della famiglia dal punto di vista culturale, fiscale e sociale; europeismo vigoroso».

Ma al di là dello spauracchio della modernizzazione «a-cattolica», agitato come sempre per spaventare le anime candide, e l'elevazione della famiglia (sappiamo bene quale) a ideale irrinunciabile, si persiste in un dibattito fondato sul nulla: anzitutto non si sa chi siano i laici e i cattolici di cui genericamente si parla; non si approfondiscono i temi esponendo idee concrete su come raggiungere gli obiettivi, si accenna solo a grandi linee e massimi sistemi. Insomma, in questo dibattito viene a galla un difetto - la mancanza di concretezza - che né Galli della Loggia né Magatti hanno notato, a leggere i loro editoriali. Allora, visto che stanno sprecando il fiato, qualche spunto glielo offriamo noi.

Vogliamo aiutarli: il trauma del rovinoso crollo della Democrazia cristiana (la grande tragedia sempre sullo sfondo) è ancora difficilissimo da assorbire. Intanto ricordiamo loro che la Dc, come il Psi e gli alleati pentapartitici, è crollata non per un complotto laicista, un sisma imprevedibile o per volontà del demonio, ma per la comprovata attitudine di una parte importante dei politici cattolici di allora di accomodarsi al banchetto della corruzione e del malgoverno che ha stroncato la - mai rimpianta - prima repubblica. Un vizio che anche alcuni politici cattolici contemporanei fanno fatica a riconoscere e combattere; sarà forse il caso di imparare qualcosa da tutto ciò? Per esempio che la coerenza col proprio ideale è fondamentale e se manca si deve gridare - per primi - il massimo del biasimo verso gli incoerenti del proprio schieramento, e da questi prendere le distanze? O che se si vuole crescere e progredire nel servizio al paese, si deve servire tutto il paese e non solamente il piccolo cortile dei cattolici praticanti e devoti alla dottrina, quindi anche chi aspira legittimamente alla piena realizzazione delle proprie libertà individuali e diritti civili? Se non si mettono per sempre da parte l'arroganza insopportabile dei principi "non negoziabili" e l'ottusa paura di non riconoscere più la società in cui si vive (e la conseguente pretesa di controllarla, emarginando chi non si adegua), se non si isola il materialismo sempre più spinto delle gerarchie ecclesiali, dannoso prima di tutto per la religione stessa, e la sua corte di politicanti adoranti, non si spezzerà mai la perniciosa ed estenuante contrapposizione tra laici e cattolici cui accenna Magatti. Ammesso che questi due aggettivi - laico e cattolico - abbiano ancora oggi lo stesso senso di alcuni decenni fa.

Lo scollamento del cattolicesimo ortodosso con quello d'avanguardia(i preti di strada come don Gallo e don Giorgio De Capitani, e i tantissimi cattolici che trovano disumana larga parte della dottrina ufficiale), poi, è sempre più evidente. Potrebbe essere questo il compitino, o il gioco dell'estate per Galli della Loggia, Magatti e il resto dell'intellighenzia cattolica: come ridurre questo scollamento, smettere di parlare di aria fritta, prendere atto della realtà (la società si evolve ed è giusto così) e solo allora decidere quale parte vuole avere il cattolico.

I cattolici, insomma, devono deporre le armi: smettere di ritenersi - come cattolici - superiori a tutti gli altri, di pensare che un società cattolica sia l'unica possibile e quindi di esserne i proprietari esclusivi. Altrimenti tutto questo parlare, che forse potrebbe anche sembrare sincero ed intellettualmente onesto, parrà ciò solo che è: una discussione accademica su come spartirsi il paese tra di loro. Ecco di cosa dovrebbero discutere davvero, con chiarezza e senza ambiguità. Che ne dicono lorsignori? 

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martedì 3 luglio 2012

Ve lo meritate, Beppe Grillo!



Dunque, come abbondantemente previsto, si va verso un accordo elettorale tra il Partito democratico e l'Unione di Centro in vista delle elezioni politiche del 2013. Pierferdinando Casini, allievo modello della vecchia e gloriosa scuola democristiana, evidentemente ha fiutato da che parte tira il vento e ha preso la decisione definitiva dopo aver governato per circa un decennio con la destra populista di Berlusconi e Bossi. Il tutto si dovrebbe realizzare con la benedizione di Nichi Vendola e con il probabile siluramento dalla nascente alleanza (contro natura: cattolici e comunisti insieme) di Antonio di Pietro, magari imbarcando anche il 'professor' Monti. Tutti insieme appassionatamente: questa, dopo tanto pensare, sarebbe la risposta alla marea montante della cosiddetta antipolitica.

Il tutto mentre si ragiona, nel fantastico mondo della casta, su un 'porcellum 2.0', ipotesi per un sistema elettorale che (a oggi, secondo le anticipazioni de Il Fatto Quotidiano) di fatto non reintrodurrebbe le preferenze e manterrebbe quasi intatto il potere di decisione delle segreterie di partito sui candidati. E mentre il dibattito sulla 'spending review' e sulla riforma dello Stato ignora totalmente quella che dovrebbe essere la riforma-madre, ovvero la chiusura definitiva del Senato della Repubblica e la fine del bicameralismo perfetto (non a caso ne parlano solo i rottamatori di Matteo Renzi). E mentre non si fa menzione se non per scherzo della fine del finanziamento pubblico a partiti e testate editoriali e della non candidabilità dei condannati per corruzione (non a caso ne parlano solo i grillini).

Ormai lo vedono tutti: Bersani non ha capito niente, oppure ha capito tutto e lo fa perché è disperato, questo matrimonio d'interesse. Questa sorta di riedizione del famigerato pentapartito (se consideriamo che non è escluso che nell'armata Brancaleone 'BCV' - Bersani Casini Vendola - non si arruoli persino Fini, ex fascista acrobatico, e che Di Pietro potrebbe rientrare dalla finestra), quello che in pochi decenni ci ha ridotti sul lastrico, è la sola risposta che la gerontocrazia sinistroide sa dare alla crescente domanda di rinnovamento e alla idiosincrasia nei confronti dei partiti storici che arriva dall'elettorato. In questo, evidentemente, ha ragione Matteo Renzi: bisogna rottamare, questi vecchi dinosauri della politica oramai sono capaci solo di ragionare in termini di addizione di piccole rendite politiche per sopperire al calo del consenso, invece che presentare un'idea forte di società e su quella cercare di aggregarsi e poi chiedere il consenso. Quindi, sono totalmente incapaci di riformare il sistema, guarirlo dal cancro della partitocrazia.

Per non parlare dei diritti civili: Massimo D'Alema, grande sostenitore dell'alleanza con Casini, in una intervista al Corriere della Sera, si dichiara «assolutamente favorevole a riconoscere i diritti delle persone che convivono fuori dal matrimonio. Credo anche che una gran parte del mondo cattolico consideri ciò ragionevole. Bisogna discutere apertamente e ricercare soluzioni ampiamente condivise, al di là delle maggioranze di governo». Il che non vuol dire assolutamente nulla, specialmente in un partito dove gente come Fioroni e Rosy Bindi scattano come molle a difesa della Chiesa cattolica ad ogni timida apertura in senso laico venga dal partito - mentre dall'esterno Formigoni invita i cattolici del Pd alla diserzione - e dove persone come Ivan Scalfarotto accettano di fare lo specchietto per le allodole sulla poltrona di vice presidente.


Da parte sua, in questo scenario, se Nichi Vendola accettasse di sedere accanto a Casini dimostrerebbe una volta di più quanto sia veramente di 'sinistra', o riformista che dir si voglia. «In una coalizione che non riconosce le coppie di fatto, io non mi accomodo nemmeno per prendere un caffè», ha scritto sul suo facebook; ma sappiamo su quanti caffè e cappuccini è capace di passare la politica se serve, dal caffè che Fini non voleva bere con Bossi in poi. Sono tutti terrorizzati dall'antipolitica, e la risposta è un maldestro tentativo di riciclarsi, di spacciarsi per salvatori della patria, in questo scorcio di fine 'seconda repubblica' verso quella che Stefano Benni chiamerebbe "Supernova repubblica"; dove al di là delle definizioni altisonanti le facce sono sempre le stesse.
Se stavolta vincerà proprio l'antipolitica sarà colpa loro, così come è stata colpa loro se per vent'anni ha dominato Berlusconi.

Poi dice che uno si butta... sull'antipolitica!

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sabato 30 giugno 2012

Nuova veste, stessa faccia



Dopo anni di battaglie solitarie per la difesa dei diritti della persona, per la libertà di coscienza e di scelta e per un’informazione che la sostenga,  Cronache Laiche si prepara a un cambiamento importante.
Dal lunedì 2 luglio ci affilieremo a Globalist Syndication, un network indipendente che riunisce testate, giornalisti, blogger, siti e associazioni nell’ottica di fornire un’informazione autorevole e di qualità alla quale ogni aderente concorre pur mantenendo le proprie peculiarità. Non più voci isolate ma un’espressione corale che può fare la differenza nel panorama informativo italiano.
Aderire al progetto Globalist ci consentirà di raggiungere un numero più vasto di lettori, utilizzare le migliori piattaforme disponibili e integrare l’informazione che offriamo con quella degli altri giornalisti del network.
Cambierà la nostra veste grafica in linea con quella della syndication, ma non i contenuti e la nostra autonomia di pensiero e di azione. Continueremo a informarvi in quell’ottica laica che costituisce la base del nostro lavoro e un imprescindibile punto di partenza per una società democratica e plurale.
Continuate a seguirci, dunque, e scusateci sin d’ora per i disagi che questo cambiamento potrà comportare.
Vi aspettiamo online lunedì 2 luglio, come sempre.