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lunedì 3 settembre 2012

Dell'altruismo degli atei - Un dibattito necessario



L'esperienza sociale umana è stata sempre caratterizzata da una forte impronta prima spirituale e poi religiosa, che ha avuto - e in parte ancora ha - un peso determinante nella formazione delle culture e del pensiero. In un contesto simile, quella dei pensatori liberi, in buona parte non credenti, è una vita non facile, che li costringe a cercare spazio e legittimità in continuazione per la loro etica. Il fiorire e prosperare di una lunga serie di luoghi comuni, poi, ha complicato ulteriormente le cose. Quella dell'altruismo, ad esempio, è una delle questioni principali: il pensiero diffuso è che i credenti siano più altruisti e caritatevoli dei non credenti, se non altro per ragioni "contrattuali" (la carità è uno dei cardini - praticamente un obbligo - delle religioni organizzate), mentre i non credenti, non avendo stipulato un simile "contratto" con la divinità, non hanno quest'obbligo e - anzi - sono propensi all'egoismo gaudente. Luoghi comuni, appunto.

Negli Stati Uniti si sta sviluppando un interessante dibattito sul tema; interessante malgrado si debba tener conto della diversità culturale tra le due sponde dell'oceano, e visto anche che al di là dell'Atlantico la "carità" ha un'impronta prevalentemente privata, e offre persino vantaggi fiscali non trascurabili a chi la fa. Fatta la tara, crediamo che il dibattito si possa riprendere e sviluppare anche nel vecchio continente; e in particolare in Italia, in assoluto lo stato europeo dalla politica più confessionale, a dispetto della sua Costituzione. L'Uaar, Unione atei e agnostici razionalisti, che sta monitorando il dibattito, ha riportato i dati di uno studio (tra i tanti) di Arthur Brooks (professore di economia aziendale e politica governativa all'Università di Syracuse) sulla generosità dei non credenti, nel quale il postulato è che «quando si allarga lo spettro dell'indagine per includere attività di beneficenza che vadano al di là delle donazioni in danaro, l'idea che le persone religiose siano più generose di quelle non religiose comincia a vacillare»; questo, in un contesto tipicamente anglosassone, dove storicamente è mancata l'influenza (l'invadenza?) di una Chiesa onnipresente come quella cattolica, e dove si è educati fin da piccoli ad organizzarsi per raccogliere fondi per qualunque causa.

Di questi giorni, invece, è la proposta della blogger americana Jen McCreight, che vuole «migliorare il movimento ateo», e che ha lanciato e sviluppato l'ateismo+: una forma di ateismo militante che è «una sintesi di giustizia sociale nel New Atheism» (l'ateismo scientista di Dawkins e Dennet), ovvero «il tentativo di creare un movimento che dia la priorità a istanze di eguaglianza, facendolo da un'esplicita prospettiva non religiosa», nel quale l'ateo si impegna attivamente a combattere le diseguaglianze sociali, includendo «tutti coloro (e sono tanti) che preferiscono al momento restare fuori da un impegno attivo nelle associazioni atee».

Ogni analisi rispettabile ha bisogno di prospettive complessive (sguardo da lontano) e dettagliate (sguardo da vicino). Al di là dell'importanza dell'uso delle parole (in questo caso forse "laico" sarebbe un termine più adatto di "ateo", visto che l'ateismocomprende una moltitudine di visioni differenti, tante quanti sono gli atei, mentre gli agnostici non vengono nemmeno citati), della collocazione geografica degli interessati al dibattito, e della metodologia d'indagine sull'attivismo di credenti e non credenti, di cosa parliamo: di trovare "qualcosa da fare" agli atei, ora che sono in crescita conclamata e in numero non più trascurabile, come se fossero stati fino a oggi a girarsi i pollici? Oppure di stabilire se sono inferiori ai credenti e capaci di carità? Si tratta di verificare le qualità (spontaneità, sincerità, motivazioni) dell'altruismo degli uni e degli altri, oppure di tentare di occupare - almeno in parte - uno spazio prima esclusivo dei credenti?

Se si vuole discutere seriamente bisogna subito sgombrare il campo da ogni equivoco possibile. Il dibattito americano - visto da qui - è in parte viziato: cerca di presentare una scena fatta di gruppi separati di persone (atei contro credenti), mentre la realtà è che ogni tratto del carattere dei singoli prescinde dall'appartenenza a un gruppo e dalle preferenze e credenze (o non credenze) personali. Dunque, l'ateismo+ e forse un'altra manifestazione di quel bisogno di alcuni atei di dimostrare di non essere inferiori ai credenti? Anche a livello psicologico: è altruismo puro o ricerca di gratificazione personale (ma questo riguarda anche i credenti)? Davvero l'ateo - in quanto ateo - ha bisogno della legittimazione del credente, e della società che questi domina? O piuttosto deve - alla sua coscienza di cittadino - solamente assumersi la responsabilità di partecipare al corretto funzionamento della democrazia che abita, anche negli aspetti meno piacevoli?

Pure sui termini bisognerebbe capirsi: volontariato, carità, in che senso vanno intesi, nel concreto? Lanciare una monetina a un accattone? Mettere il banchetto per raccogliere firme o fondi in favore di questa o quella causa? E l'attivismo per le cause 'alte', tipo la difesa della Costituzione o dei diritti civili, che tipo di impegno è? La McCreight (che a dire il vero è anche piuttosto critica nei confronti dei movimenti ateisti del suo paese) traccia dei confini precisi: la giustizia sociale, i diritti delle donne, combattere il razzismo, l'omofobia e la transfobia, usare il pensiero critico e lo scetticismo; ma il campo d'azione è molto più ampio.
Anche una volta stabilito l'oggetto del dibattito, la sensazione è che si rischia di prodursi in un giochetto inutile, come quello che cantava Giorgio Gaber (cos'è di destra e cosa di sinistra), su cosa sia laico/ateo e cosa invece religioso/confessionale. La stessa Uaar, la più grande associazione di atei italiana, non ritiene che «fare "volontariato sociale ateo" sia una strada da seguire per migliorare l'immagine degli atei: sarebbe un po' farlo per secondi fini. E' tuttavia vero che c'è un urgente bisogno, in Italia, di mostrare come una parte probabilmente maggioritaria del volontariato "vero", quello che non vive soltanto grazie ai contributi pubblici, sia aliena da ogni influenza religiosa». Facendo attenzione anche a non mutuare dal confessionalismo la propensione al proselitismo selvaggio che lo caratterizza.



Prendiamo l'emarginazione come terreno di confronto: tenendo sempre a mente che c'è una larga fascia di questa emarginazione che sussiste per cause non puramente economiche (come il disagio mentale, le conseguenze delle tossicodipendenze, eccetera), lo sguardo da lontano implica che ci debba essere una tensione ideale, quella verso uno stato sociale che abbia già dentro di sé strumenti efficaci per includere gli emarginati e disagiati in automatico. Oppure - ancora prima - di andare verso una società che non produca dei soggetti o categorie deboli, ovvero che crei e mantenga le condizioni per cui non esista emarginazione, povertà, bisogno. Lo sguardo da vicino, invece, dovrà ammettere che (se vogliamo evitare generalizzazioni maldestre), non sussistendo l'utopia della società perfetta di cui sopra, l'attivismo confessionale, comunque sia motivato, svolge nel complesso un ruolo importante, malgrado la sottotraccia di proselitismo e il parassitismo economico che incorpora, e che è connaturato nelle politiche cattoliche, in ogni settore, e che non di rado presenta la carità come ricatto sociale.

Va detto inoltre che sussiste una sorta di inerzia e apatia culturale per cui gran parte dell'opinione pubblica ritiene che le iniziative caritatevoli siano "naturalmente" appannaggio degli ambienti confessionali, e questo vale anche per molti atei.

Detto questo, è pacifico che nemmeno in questo settore i credenti abbiano l'esclusiva. Bisogna superare i luoghi comuni anche qui: credenti e non credenti già sono 'mischiati' nelle associazioni come nelle singole iniziative, e raramente si preoccupano delle etichette.
Per quanto riguarda le associazioni e i movimenti, indubbiamente quelle confessionali (la Caritas su tutte) godono del privilegio non trascurabile della grancassa mediatica quotidiana, ma sul territorio sono diffuse molte realtà che non hanno nulla - o quasi - a che fare con la religione, e sono efficaci almeno in egual misura. Una di queste è la milanese Cena dell'Amicizia onlus, nata nel 1968 in una parrocchia della zona Città studi, quando «un gruppo di amici si ferma di fronte a una panchina e invita a cena un "barbone"». In 44 anni, seguendo tappe importanti che l'hanno vista aprire centri di accoglienza diurni e notturni, maschili e femminili, e mettere a disposizione dei suoi "ospiti" degli appartamenti protetti, la 'Cena' è diventata un punto di riferimento importante per la lotta alla grave emarginazione sociale nel capoluogo lombardo. Massimo Acanfora, Responsabile Comunicazione e Ufficio stampa di quella che, nel suo statuto, si definisce associazione 'apartitica e aconfessionale', parla a Cronache Laiche: «In parte le nostre attività sono in convenzione con gli enti pubblici, dall'altra abbiamo creato - come quasi tutte le associazioni - una figura che si occupa di raccolta fondi da privati, aziende, fondazioni. Il nostro bilancio è intorno ai 4-500mila euro all'anno. Accogliamo oltre 30 persone in case di accoglienza, oltre alle attività che trovate sul nostro sito». L'associazione si è avvalsa per molti anni, oltre che di un buon numero di volontari (nella foto sopra alcuni di loro, durante la Giornata del volontario, che sarà replicata il prossimo 30 settembre), dei giovani che svolgevano il servizio civile alternativo a quello militare, i cosiddetti "obiettori di coscienza". «Purtroppo ora non abbiamo più convenzioni con il ministero, anche per i "tagli" al Servizio civile e il ridottissimo numero di ragazzi e ragazze che possono fare questa scelta». In ogni modo, tra i volontari «non chiediamo a nessuno se è credente o no. Né valutiamo in nessun modo il suo impegno con riguardo a questa sua scelta personale. Direi che non c'è nessuna differenza» tra gli uni e gli altri. «Collaboriamo con molte associazioni religiose in modo più o meno proficuo, a seconda della loro professionalità o meno, non tanto della loro natura confessionale. Lo stesso vale per gli enti non confessionali». Inoltre, «Siamo in continuo contatto con Comune di Milano, Asl e servizi sociali: i progetti con le persone senza dimora sono realizzati in collaborazione con loro nel 90% dei casi».
Tra l'altro, è da rilevare che raramente le istituzioni cattoliche si danno tanto da fare per protestare contro i tagli allo stato sociale e alle sovvenzioni alle associazioni di volontariato, così come si sgolano un giorno si e l'altro pure contro i matrimoni gay; per dirne una, su quelle che sono le loro priorità.

In conclusione: se c'è una chiara differenza di approccio all'impegno sociale tra laicità/ateismo e confessionalismo, forse non è utile né indispensabile che l'uno invada il campo dell'altro per motivi di 'controllo del territorio'. E non è nemmeno necessario trovare nuovi nomi per l'ateismo. Invece, è indispensabile, anzi, urgente insistere e seguitare a denunciare l'assenza colpevole delle istituzioni, combattere quel mostro che è la cosiddetta "sussidiarietà", malinteso (e principio, peraltro, tradito proprio dal governo dei cattolici di Mario Monti) con il quale queste ultime si scrollano di dosso la responsabilità di occuparsi del benessere collettivo, e - se non bastasse - tolgono ai cittadini la facoltà di scegliere liberamente se e come fare la "carità" coi propri soldi e secondo le proprie inclinazioni. Nonché, enorme fonte di sperpero costituito dalle regalìe pubbliche a vantaggio del clero, che - come detto - usando fin troppo spesso la carità come pretesto o come ricatto, se ne avvantaggia grandemente per fini non sempre caritatevoli.

Questo è decisamente un dibattito necessario.

(Si ringrazia Massimo D'Angelo per le traduzioni)

Già pubblicato qui e qui.


lunedì 3 ottobre 2011

Gay friendly: è solo business?



L’estate 2011 è irrimediabilmente terminata; passato buone vacanze? Se siete una coppia omosessuale è possibile che abbiate avuto qualche difficoltà in più della media degli altri viaggiatori.

Si è chiuso lo scorso 24 settembre a Bergamo la manifestazione No Frills, fiera dedicata al settore del turismo. Tra le iniziative promosse, spicca quella dedicata al turismo omosessuale, con un convegno che ha visto – come tutta la manifestazione – il patrocinio, tra gli altri, della Regione Lombardia e di importanti operatori del settore del turismo, ma anche del ministero del Turismo, presieduto da una entusiasta Michela Vittoria Brambilla: «Trovo che nel nostro Paese il pregiudizio nei confronti dei gay sia ancora radicato oltre che ingiusto. Quindi anche l’ appoggio a una fiera specializzata può servire ad agevolare un cambiamento culturale di cui c’ è davvero bisogno. Credo di poter definire la mia posizione come assolutamente liberale. La libertà dei costumi sessuali è un diritto di tutti finché non danneggia nessuno».

Quello del turismo cosiddetto gay friendly è un settore che all’estero, nei paesi civili dove l’omosessualità non è una questione sociale, tira e produce numeri che in relazione al settore non sono indifferenti. In questi paesi le associazioni di promozione turistica connotano la loro offerta sulle esigenze e preferenze del mercato glbt, fatto di persone che – mediamente – amano viaggiare, spendere e divertirsi; l’assenza di pregiudizi favorisce lo sviluppo del mercato dedicato a questa clientela. Così come per le industrie alimentari che producono – per esempio – confezioni monodose di insalata per il mercato dei single, o le industrie dell’auto che producono utilitarie con interni ricchi di tasche e portaoggetti tagliate su misura per le donne.

Da noi invece, tra gli ultimi a capire il business che può sviluppare questa ‘nicchia di mercato’, ogni iniziativa che va in questa direzione crea uno scandalo fondato inevitabilmente sul pregiudizio ideologico, almeno per quei personaggi che, come cani isterici, abbaiano contro qualunque cosa passi sotto al loro naso e che non sia approvato dal loro padrone. Infatti, al netto dei soliti disturbatori di Forza Nuova, che volevano fare un presidio proprio di fronte alla fiera di Bergamo (e non hanno fatto altro, invece, che creare disordini con le forze dell’ordine e giovani dei centri sociali), latrati di questo tipo sono stati subito indirizzati alla Brambilla, addirittura con una richiesta di dimissioni da parte di esponenti veneti del suo stesso partito. E proprio nel Veneto ‘bianco’, alla fine di agosto, il Consorzio di Promozione turistica della città di Padova ha annunciato una iniziativa nel solco di quelle che già da tempo sono state varate ad esempio in Toscana ed Emilia Romagna: far diventare la città del Santo la prima città ufficialmente aperta al turismo omosessuale in Italia. Un bollino verrà apposto all’entrata di quegli hotel e locali che parteciperanno alla promozione. «E’ una grande opportunità economica» ha dichiarato alla stampa l’assessore all’ambiente Alessandro Zan «che in un momento di crisi può aiutare l’economia padovana».

Infatti, in occasione dell’Europride, Alessio De Giorgi, rappresentante in Italia della International Gay and Lesbian Travel Association, ha presentato dei dati secondo i quali il 7% del fatturato del comparto del turismo in Italia è generato da clientela glbt, a fronte del 10% a livello mondiale, per un giro d’affari di oltre tre miliardi di euro.

E’ solo business, solo commercio? E’ solo questa l’ottica in cui queste iniziative vanno inquadrate o ci possono essere anche intenzioni di promozione sociale?

«Noi siamo degli operatori economici e lo scopo di tutte le nostre iniziative è principalmente economico», ha spiegato a Cronache Laiche Etta Andreella per il Consorzio di Promozione Turistica di Padova, al centro delle polemiche politiche di cui sopra, «è inevitabile però che temi come questo assumano delle connotazioni sociali».
«Entrambi gli aspetti», ci conferma Davide De Crescenzo, direttore del sito InToscana.it, portale ufficiale della Regione Toscana, che ha una sezione dedicata al turismo glbt. «La Regione ovviamente non trascura l’impatto economico, ma l’operazione ha una anche forte valenza socioculturale, favorita da un clima generale di grande apertura. Sono iniziative che innalzano il livello qualitativo e civico di una società».
Ma in cosa differisce il turismo glbt rispetto a quello etero?
Per Andreella «è sbagliato il presupposto, il turismo gay si differenzia rispetto al turismo scolastico o sportivo non rispetto al turismo eterosessuale. Ogni tipologia di turista ha il diritto di essere ascoltato nelle sue esigenze, anzi avrebbe il diritto di essere prevenuto e di trovare già alcune esigenze risolte. Il turista gay vuole essere riconosciuto come tale per esempio quando arriva alla reception di un hotel dove ha prenotato una camera matrimoniale, ovvero non vuole sentirsi dire “ci siamo sbagliati forse preferite una camera a due letti” oppure peggio ancora non vuole sentire intorno a se commenti o risatine o situazioni di tensione che vanno contro al concetto di accoglienza. Il cliente gay potrebbe chiedere alla reception oltre alle informazioni turistiche standard (la dislocazione di un monumento sulla pianta o gli orari di un museo) anche quale è il locale gay più vicino all'hotel o la discoteca o la palestra o la sauna. Il personale degli hotels deve quindi essere preparato ad accogliere questo cliente e a rispondere a tutte le esigenze così come normalmente fa con altre tipologie di clienti».

Per De Crescenzo il turismo glbt «è sicuramente un turismo di livello. Parliamo di un prodotto maturo, qualificato e dalle grandi potenzialità. Un mix equilibrato di cultura, attenzione alla qualità della vita e divertimento. Sono questi gli aspetti ricercati, soprattutto, dal viaggiatore lgbt, dotato di un profilo colto, responsabile e di una capacità di spesa medio-alta. Però stiamo attenti. Le cosiddette strutture “gay only”, che noi proponiamo sul nostro sito, non sono riservate esclusivamente alle persone Igbt, ma si indirizzano prevalentemente a questo target. Non c’è, quindi, una sorta di “discriminazione” al contrario, ma – come è ben specificato nella sezione – un’attenzione maggiore verso questa categoria di mercato. Ricordiamoci che la Toscana è tra le prime cinque destinazioni europee preferite dal turismo gay e noi, anche attraverso la nostra proposta editoriale, offriamo spunti interessanti per scoprire itinerari, location e destinazioni appetibili».

Interessante l’approccio alla questione in un paese dove la discriminazione è praticamente assente: «Noi cerchiamo di dare informazioni corrette ed utili a tutte le parti, nazionalità, età, eccetera», ci ha spiegato Heidi Thon, Director Marketing & Sales del sito VisitOslo.com, che collabora strettamente col Comune di Oslo, «ma allo stesso tempo, crediamo che la comunità glbt abbia bisogno degli stessi servizi degli altri turisti per quanto riguarda attività, alloggio, ecc., e che la società norvegese in generale, anche nel turismo, cerchi di includere tutti, non di creare differenze. Il nostro obiettivo non è quello di concentrarci sul popolo gay come qualcosa di “separato” ma come parte integrante della società norvegese. Abbiamo scritto questo sui nostri dépliant informativi dei luoghi gay, ma abbiamo anche sottolineato il fatto che le persone gay e non spesso visitano gli stessi bar, pub e discoteche».
In che modo da queste iniziative si ottengono dei riscontri sulla percentuale di turisti glbt rispetto al numero totale? «Ovviamente noi consideriamo per il nostro lavoro i dati del traffico web» ci dice De Crescenzo, «e da quando la sezione è on line abbiamo riscontrato un buon esito in termini di click e pagine viste. Ovviamente il nostro è un lavoro di comunicazione e promozione on line, uno strumento in più per il marketing territoriale e turistico. Gli effetti economici vanno giudicati sul medio e lungo periodo». «Non abbiamo statistiche specifiche per il segmento glbt», conferma Heidi Thon, «ma il feedback che riceviamo direttamente dalla parte glbt, tramite email e media sociale, è generalmente positivo per quanto riguarda Oslo come città da visitare».

E allora cosa rispondere a chi sostiene che iniziative come il turismo ‘dedicato’ a categorie che – qui da noi – sono normalmente discriminate, a sua volta genera ulteriore discriminazione, accentuando ed evidenziando la diversità di alcune persone?
«Quello che trovo inconcepibile», sostiene Etta Andreella, «è che il riconoscimento delle diversità debba poi essere abbinato ad un concetto di discriminazione. Purtroppo chi trasuda omofobia come la maggioranza dei nostri rappresentanti politici gioca troppo facilmente con concetti di altro valore sociale. Negano la propria tendenza a discriminare negando l'esistenza delle diversità e quando sono chiamati a togliere le discriminanti, come nel caso della legge sull'omofobia, si appellano a situazioni di forma per non affrontare le questioni sostanziali. Chi discrimina in questo momento non è chi riconosce la pluralità ma chi nega il diritto di cittadinanza alla diversità. Noi stiamo facendo una operazione di onestà intellettuale e professionale, riconoscere le esigenze diverse e cercare di accoglierle e soddisfarle, dov'e' la discriminazione?» Qual è o dovrebbe essere il ruolo delle istituzioni? «E’ importante chiarire un fatto, ovvero che le istituzioni siamo noi! Nessuna delega data attraverso un voto può esimerci, come cittadini, dal prestare sempre attenzione alla situazione civile del nostro paese. Il dovere di ognuno di noi è quello di vigilare e mandare segnali a chi ci governa, non dobbiamo mai pensare di avere svolto il nostro ruolo di cittadini con una semplice x su una scheda elettorale. I diritti civili di tutti dovrebbero stare a cuore a chi ci governa ma devono stare a cuore di tutti noi. Tutte le iniziative atte a mettere in luce delle defaillance rispetto a questa causa sono utili perchè permettono anche a chi non le conosce di informarsi ed esprimersi».

Quelle di chi parla di discriminazione a proposito del turismo gay friendly «sono posizioni legittime, ma che non condivido», conclude De Crescenzo. «Ritengo, invece, che la nostra operazione denoti un livello molto alto di sensibilità e attenzione da parte di questa amministrazione regionale».

Ancora più esplicita Heidi Thon : «Abbiamo una politica aperta e inclusiva nella nostra organizzazione, e credo che i norvegesi, in generale, abbiano una prospettiva aperta dei diversi gruppi della società. Personalmente, preferisco non concentrarmi su sessualità, genere, etnicità o religione di una persona, perché focalizzano sulle differenze invece di unire. Questo naturalmente è basato sul fatto che vivo in Norvegia dove la società è relativamente aperta e diritti civili altamente rispettati. Credo però che sia importante difendere diritti civili/umani in tutte le forme, dove non vengono rispettati».

Infine, citiamo Alessio Virgili di Quiiki, l’unico tour operator italiano specializzato in clientela glbt: «Se vi si presentano due uomini alla reception che hanno prenotato una doppia non scusatevi o affrettatevi a trovare una camera con due letti separati. Avete di fronte una coppia disposta a spendere, se trattata bene naturalmente». Come dire: i diritti civili possono passare anche attraverso il business.

Pubblicato in anteprima qui.
Aggiornato il 26 novembre 2011.


mercoledì 22 giugno 2011

Omosessuali cattolici: intervista con Nuova Proposta



Nuova Proposta è un gruppo di omosessuali cattolici nato a Roma, dall'incontro di diversi piccoli gruppi di ragazzi e ragazze che all'epoca si ritrovavano per pregare e stare insieme, oltre venti anni fa. Come altre realtà simili in tutta Italia, cercano un modo di conciliare la loro fede con l'appartenenza ad una Chiesa quantomai ostile nei confronti delle persone glbt.
Cerchiamo di capirne di più parlando col presidente del gruppo, Andrea Rubera.


Per la vostra veglia di preghiera in ricordo delle vittime dell'omofobia avete incontrato l'opposizione del vicariato, che non ha acconsentito che si svolgesse in un locale parrocchiale; analoga opposizione hanno incontrato altri gruppi, ad esempio a Palermo. Come vi spiegate questo atteggiamento di chiusura dei vertici della chiesa perfino di fronte alla richiesta di poter pregare (cosa che apparentemente non è in contrasto con la pastorale per gli omosessuali, e che comunque dovrebbe essere -la preghiera- il fondamento dell'essere cristiani)?

In questi 3 mesi di dialogo con il Vicariato per l’organizzazione della veglia, conclusi con una non disponibilità da parte loro ad organizzare la veglia presso una parrocchia, credo di aver capito molte cose. Penso che chiunque, anche la Gerarchia, sappia perfettamente cosa significhi l’omofobia e i danni che essa arreca alle vite di moltissime persone. Credo che il loro giudizio di “non opportunità” di questa preghiera fosse per lo più derivato dal timore di strumentalizzazione da parte dei media. In sintesi: mi è parso di capire che si tema che ogni “concessione” sul tema omosessualità, inclusa addirittura una preghiera per le vittime dell’omofobia (che dovrebbe essere auspicata e ritenuta opportuna da chiunque si definisca cristiano) possa essere scambiata per uno “sdoganamento” della questione omosessuale da parte della Chiesa. Temono questo. Ma finché il timore prevarrà sulle possibilità di accoglienza, di ascolto e di dialogo, credo nessuno di noi sarà veramente libero di far lavorare lo Spirito Santo, che è il vero motore propulsivo della vita nella chiesa popolo di Dio in cammino. Gesù ci ha detto “Non abbiate paura!”, non possiamo ignorare questo invito, preoccupandoci di tenere sotto controllo sempre tutto. Il cuore, mi rivolgo alla gerarchia cattolica, va gettato oltre l’ostacolo. Solo così si produrranno dei risultati. Al momento la quasi totalità delle persone omosessuali o transessuali cristiane in Italia effettuano un percorso che finisce con l’autoesclusione. Mi chiedo se il peso di questo processo sia mai stato valutato. Se si riesca a dare un valore o un disvalore alla perdita di queste persone che finiscono per scegliere o un ateismo, magari non necessariamente convinto, o altre religioni, anche non cristiane, più inclusive e tolleranti. Credo la Chiesa istituzione debba favorire un momento importante e serio di riflessione al suo interno, per poter giungere a comprendere meglio, e non solo avvicinando la tematica per astratte categorie morali, la questione omosessuale e transessuale, e trovare il senso ultimo delle nostre richieste di inclusione e accettazione, valorizzando anche il nostro contributo, e non solo vivendoci come un problema.

Le dichiarazioni del vescovo di Pistoia mons. Mansueto Bianchi sull'aggressione ai dirigenti Arcigay a Napoli sono state apprezzate da Nuova Proposta: ma è sufficiente quello che ha detto il vescovo per segnare un'inversione di tendenza? Il vescovo di Pistoia fa parte della stessa Chiesa del vescovoFabian Bruskewitz della diocesi di Lincoln, Stato del Nebraska, che invece dice che chi è gay sarà 'dannato per sempre'.

La Chiesa al momento si muove a macchia di leopardo… Alcuni vescovi, come mons. Bianchi, per fortuna, stanno comprendendo cosa ci sia dietro il fenomeno dell’omofobia, quante vite siano represse, torturate, dileggiate, svilite, costrette alla fuga, a nascondersi, al silenzio.
Se Cristo ci ha indicato che compito del cristiano è essere agente di vita, così come Lui ci ha mostrato, allora credo che un vescovo che utilizza la sua parola come una spada tagliente non stia seguendo l’esempio di Gesù. Le parole, soprattutto quelle di un vescovo, sono un’arma molto potente. Possono dare vita o anche morte.
Dire ad una persona gay o lesbica che “sarà dannato per sempre”, secondo me è consegnare la morte. Vi cito un episodio personale. Sono nato, cresciuto, e anche felicemente, in parrocchia. A 14 anni, mentre stavo cominciando ad acquistare consapevolezza della mia omosessualità ed ero alla ricerca di risposte, al corso post-cresima sentii dire da una compagna che “l’omosessualità grida vendetta al cospetto divino. Gli omosessuali sono condannati all’inferno perché è impossibile, a meno di non avere una vocazione, reprimere il desiderio sessuale e pertanto commetteranno sicuramente un peccato che li precipiterà nella dannazione”. Erano gli anni ’80 e, magari, eravamo tutti un po’ più indietro. Però io ho avuto gli incubi per una settimana. Non riuscivo a dormire, mi sentivo senza speranza. Pensavo di essere condannato da Dio ad un destino infame. Nessuno, quel pomeriggio, ha contraddetto la ragazza, neanche il vice-parroco che teneva il corso. Il risultato è che io ho iniziato un percorso a senso unico di introiezione di un’immagine di Dio Giudice e ho impiegato molti anni a liberarmene.
Se una persona viene chiamata dalla comunità ad esserne Pastore, e parlo di chi diventa vescovo, deve tenere bene a mente di operare per il bene di ogni singola pecora, non solo di quelle preferite o ritenute di un “bianco giusto”… Mi stupisco sempre di come ci si scordi facilmente delle parole del Vangelo. Gesù parla di un pastore che non si da pace finché non ha ritrovato la “pecora smarrita”… I vescovi che bollano gli omosessuali come “dannati” si rifanno alla visione del Pastore, così come ce l’ha insegnata Gesù, che ha cura delle sue pecore o stanno forse esercitando un’autorità che ha più a che fare con il predominio su chi consideriamo subordinato?

E' davvero possibile essere cristiani, cattolici e omosessuali senza nascondersi o reprimere la propria sessualità e affettività e rinunciando a rivendicare i propri diritti civili, come dice esplicitamente il magistero della Chiesa? Ovvero: per il cattolico non c'é l'obbligo di adeguarsi, di obbedire ai pastori?

Credo che l’esperienza di molti di noi possa spingermi a dire che, tentare di reprimere i propri desideri e le proprie aspettative di una vita affettiva piena, in mancanza di una seria vocazione alla vita religiosa, porti la persona omosessuale o transessuale alla distruzione fisica e psicologica.
Rinnegare la propria identità e le proprie pulsioni è un’operazione di castrazione violenta che non può non lasciare tracce.
Per quanto ci riguarda siamo testimonianza che aderire al messaggio di Amore di Cristo è compatibile con l’essere omosessuale o transessuale. Anzi, il nostro invito costante alle persone glbt è di non rinunciare alla loro Fede e alla loro spiritualità. Sono due fonti di energia importanti e privarsene non può essere solo un’operazione chirurgica derivante dal non sentirsi accolti…
Seguendo s. Paolo, mi viene da dire che c’è una stagione, quella dell’infanzia, in cui si ha bisogno di una guida, di qualcuno che ci dia un esempio, che ci stimoli. Per gli omosessuali cristiani credo sia giunta la stagione adulta, in cui bisogna dare il proprio contributo al cambiamento della chiesa popolo di Dio in cammino, senza aspettarsi necessariamente un riconoscimento o un’indicazione puntuale su cosa fare o non fare. Lo Spirito Santo agisce senza vincoli, senza precodifiche, senza limiti. Lasciamolo lavorare. Disponiamoci in attesa fiduciosa, aprendoci alla vita come sistema e rete di relazioni affettive, in cui il servizio, il dono, lo scambio siano alla base. Il resto verrà da sé. Se ci anestetizziamo, se ci imponiamo il letargo, se ci blocchiamo alla vita, tutto ciò che otteniamo è l’opposto della”vita”, sprofonderemo in una stagnazione che tutto è tranne che la vita piena che Gesù vuole che chiunque abbia.

Qual é il senso, la 'missione' di un gruppo di gay credenti nella società e in seno alla Ccar?

Per me significa soprattutto fare informazione e formazione sul tema “Fede e Omosessualità”, contribuire, con i nostri mezzi, affinché il dibattito interno alle chiese cristiane porti all’abbattimento delle barriere e dei pregiudizi e alla maturazione della consapevolezza dell’omosessualità e della transessualità come mere varianti nella caledoscopicità della condizione umana e come le persone omosessuali e transessuali siano soggetti ovviamente destinatari del diritto alla autodeterminazione e quindi alla possibilità di poter progettare una vita piena sotto ogni punto di vista.
Significa parlare di Cristo e di riportare il centro del dibattito sul suo messaggio di vero Amore e inclusione; dare un messaggio di speranza e di possibilità alle persone omosessuali e transessuali che sentano la necessità di coniugare la propria Fede e il proprio orientamento affettivo (o identità di genere).
Significa uscire dal silenzio e dall’ombra; far vedere all’Italia e all’Europa che le persone omosessuali e transessuali cristiane esistono, non solo a livello catacombale. Esistono con la bellezza delle loro vite, del loro lavoro, della loro ricerca. Esistono nella loro voglia di contribuire all’evoluzione della chiesa popolo di Dio in cammino.

I vostri incontri sono ospitati dalla Chiesa Valdese di Roma. Come cattolici, come vivete il 'confronto' con loro, che non vedono molta differenza tra l’amore omosessuale e quello eterosessuale? Qualcuno di voi ha mai pensato di passare dalla Chiesa cattolica a quella Valdese, per vivere più serenamente il suo rapporto con Dio?

Nel nostro gruppo siamo molto aperti al confronto con le altre chiese cristiane. Siamo, come ricordavi, da anni ospitati dalla chiesa valdese il cui sinodo, lo scorso anno, ha per la prima volta ufficializzato la possibilità per i pastori di dare benedizioni alle coppie omosessuali.
Esistono diversi gay e lesbiche cattolici che, per tentare di sentirsi realmente inclusi nella chiesa di riferimento e poter essere , sono passati ad altre chiese, inclusa la valdese.
C’è una strada personalizzata per ciascuno di noi, e quindi ogni percorso va bene se ci porta al recupero di Dio nella nostra vita come Padre misericordioso. Per quanto mi riguarda, e parlando personalmente, ho una visione piuttosto larga e inclusiva di chiesa e pertanto non sento il bisogno di passare dall’una all’altra. Semmai voglio rimanere nella chiesa che ho frequentato sin da bambino, e a cui riconosco tantissime virtù, soprattutto nella pastorale di base, per contribuire all’evoluzione e al cambiamento. Penso che, se ce ne andassimo tutti, questa chiesa cattolica non cambierà mai… Se non assumiamo la consapevolezza che ciascuno di noi possa essere “lievito”, credo che a questa chiesa non rimanga altro che rimanere identica a se stessa.

Secondo voi come è possibile che ci siano tante differenze sull'omosessualità tra le varie confessioni cristiane se fanno tutte riferimento ad un unico Dio e allo stesso testo sacro? E dal dialogo ecumenico tra le confessioni cristiane può venire qualcosa di buono per le persone glbt?

Le chiese, intese come comunità in cammino, sono organismi biologici, fatti di persone, sono entità dinamiche, in movimento… In alcune comunità si dà più spazio alla riflessione, al confronto, e questo favorisce il progredire, il muoversi a velocità probabilmente diverse.
Da poco, all’interno delle iniziative su Fede e Omosessualità che abbiamo realizzato nell’ambito dell’Euro Pride, abbiamo ascoltato le testimonianze di rappresentanti provenienti da diverse chiese europee e abbiamo capito nettamente come ci siano percorsi a diverse velocità. In ogni caso, è apparso come chiaro un concetto: il cambiamento sulla questione omosessuale può avvenire solo ed esclusivamente se promosso dagli omosessuali stessi all’interno delle chiese. Solamente con il nostro impegno, la nostra perseveranza e caparbia, potremo attuare un cambiamento che, in alcune chiese cristiane (pensiamo alla luterana norvegese o alla valdese in Italia), è già realtà. Nessuno può pensare realmente che il cambiamento arrivi senza sporcarsi le mani e senza gettarsi nella mischia. E non possiamo pensare neanche che il cambiamento potrà mai avvenire se noi stessi ce ne andiamo o se ci limitiamo solo a ritirarci in gruppi e realtà protette, clandestine, catacombali.
Bisogna partecipare, esserci, affermare la propria “cittadinanza” all’interno della chiesa, produrre contenuti, favorire il dibattito, insistendo anche laddove sembra inutile o impossibile.
Da questo, sono convinto, scaturirà un germe di rinnovamento, e credo verrà dal basso verso l’alto piuttosto che viceversa.

Come è andato l'incontro col Presidente della Camera Gianfranco Fini, cosa gli avete detto o chiesto, o cosa vi ha detto lui?

E’ stato un incontro istituzionale, con interventi predefiniti del Presidente Fini, del ministro Carfagna, dell’Onorevole Concia e di due rappresentanti delle associazioni glbt: Paolo Patané, presidente nazionale di Arcigay, e Enrico Oliari, presidente di Gaylib. Noi abbiamo ascoltato, un po’ sorpresi, parole estremamente consapevoli sul fatto che l’omofobia sia una piaga da eliminare, abbiamo ascoltato la promessa di impegno del Ministro Carfagna per l’approvazione del disegno di legge contro l’omofobia… Peccato che, pochi giorni dopo aver ascoltato queste parole, il disegno di legge sia stato bocciato, con delle pregiudiziali di incostituzionalità francamente ridicole… La politica ancora non riesce a scrollarsi del proprio pregiudizio sulla questione omosessuale e, quindi, produce delle aberrazioni, tipo l’approvare a maggioranza, la pregiudiziale di incostituzionalità del disegno di legge contro l’omofobia perché, trattando di “orientamento sessuale”, includerebbe anche la tutela di pedofilia, necrofilia e sadismo… E queste sono cose rimaste negli atti ufficiali della vita del maggior organo di esercizio della democrazia italiano… Una gran confusione, un voluto mischiare cose che non hanno niente a che fare l’una con l’altra (es. omosessualità e pedofilia), e temo con una precisa consapevolezza; non credo assolutamente (o per lo meno devo sperarlo con tutte le mie forze, altrimenti sprofonderei nel disagio) che i nostri parlamentari siano ancora così disinformati sulla questione da confondere un omosessuale (persona con un orientamento affettivo preciso) con un pedofilo (persona affetta da una grave patologia psicologica). Ma temo siamo ancora molto lontani da una presa in carico della politica delle nostre richieste di eguali diritti… e temo anche che, come movimento glbt, si riesca solo in parte a massimizzare il potenziale che abbiamo, perché ancora troppo frammentati e con poca capacità di sintesi.

Al netto della prevedibile chiusura dei partiti e dei singoli politici più ostili alle persone glbt (che spesso sono quelli più "vicini" alla Chiesa Cattolica), cosa vi aspettate dalla politica per quanto riguarda i diritti delle persone glbt? Ad esempio, quali sono le vostre posizioni sul matrimonio gay, le adozioni per le coppie omosessuali e sulla legge contro l'omofobia?

Da cittadini supportiamo tutte le richieste del movimento glbt. Pensiamo che ogni persona abbia diritto a poter pensare la propria vita in maniera piena, inclusa la possibilità, se lo voglia, di avere un rapporto affettivo stabile e riconosciuto dalla società, o di valutare se nella propria vita di coppia ci sia spazio per un’altra vita di cui prendersi cura. Il problema più importante, ancora presente nella nostra società, è che una persona omosessuale spesso, inconsciamente e socialmente, è spinto a pensare alla propria vita al ribasso, come una vita limitata per definizione. Una vita in cui dovrà nascondere o castrare parte del proprio potenziale. E’ difficile capire questo disagio se non lo si prova. E’ come guardarsi allo specchio e non vedere pezzi di sé, è come pensarsi e considerarsi a metà… Questo fenomeno è talmente diffuso che neanche gli omosessuali spesso riescono a diagnosticarselo e pensano sia normale vivere una vita limitata, una vita a metà…

Avete la sensazione -"dall'interno" della chiesa- che qualcosa possa cambiare in merito all'atteggiamento di chiusura delle gerarchie ecclesiastiche -e di parte della "base"- verso le persone glbt?

Dobbiamo crederci. Il senso del nostro lavoro è proprio questo. Buttarci dentro alla chiesa, proporre stimoli nuovi, senza aggredire, ma nella fermezza di chi ha il coraggio di condividere la propria vita, la propria realtà.
Se siamo cristiani, dobbiamo anche imparare ad affidarci… Seminare sì, e anche molto, ma poi affidarci a Dio, allo Spirito.
Dal basso di segnali ne vediamo, e anche molti. Siamo consci che c’è bisogni di uno sforzo sovrumano per modificare un sottofondo antropologico e culturale che ha sempre stigmatizzato l’omosessualità, e questo in maniera enfatizzata negli ambiti cattolici fondamentalisti.
Credo che la questione omosessuale prima o poi sarà affrontata e risolta dalla chiesa cattolica. E con risolta non intendo ovviamente il paradosso che attualmente è generato dal catechismo della Chiesa Cattolica, in cui si parla di “accoglienza” ma rimanendo “fermi” nel non concedere la speranza e bollando le nostre vite con parole come “disordine intrinseco”. Intendo che prima o poi, ne sono veramente sicuro, ci sarà una riflessione profonda e schietta che porterà all’accoglienza e all’inclusione piena. Ma questo avverrà solo se saremo in primis noi a seminare e a promuovere dibattito e poi se lasceremo tutti soffiare lo Spirito.

In oltre vent'anni di vita associativa, tramite il vostro gruppo cosa avete imparato sul vostro essere credenti e omosessuali?

Che ci sono diverse stagioni nella vita di credenti e omosessuali. All’inizio c’è bisogno di sentirsi accolti, di sapere che, intorno a sé, non c’è solo emarginazione, rifiuto, esclusione. Per questo i nostri gruppi hanno tra gli obiettivi principali quello dell’accoglienza. Noi di Nuova Proposta ci definiamo una “locanda”, dove le persone possano ristorarsi, a lungo o anche solo per un giorno, dalle fatiche più o meno intense del loro cammini di gay e credenti.
Poi c’è la stagione della consapevolezza e del recupero fecondo di Dio come Padre misericordioso, operazione più difficile di quello che possa sembrare. Si riesce a smussare quella omofobia interiorizzata che spesso porta gli omosessuali a detestarsi e a pensare che anche Dio non li ami.
Quindi c’è la stagione dell’impegno, del dare… In cui si è talmente pieni di vita, da sentire di poter essere agenti di vita per gli altri e di cambiamento e proposizione per la comunità intera della chiesa… e allora comincia la vera fase feconda della propria vita, in cui si comincia a vivere, ad agire senza auto castrarsi, a lasciare fluire lo Spirito dentro di noi e a sgorgare vita come prima non avevamo mai pensato di poter fare.


Intervista pubblicata in anteprima qui.