martedì 21 febbraio 2012

I Soliti Isterici



Così come il coraggio, l’ironia chi non ce l’ha non se la può dare; ma almeno potrebbe tacere e riflettere, se non altro per risparmiarsi delle figuracce. Si sa, l’ironia richiede l’uso dell’intelligenza per essere apprezzata.

La parodia sui gay de I Soliti Idioti al festival di Sanremo ha messo in luce proprio l’assenza di ironia (autoironia, nello specifico, ovvero accettare l'ironia altrui senza mostrare la coda di paglia) che è uno dei problemi che caratterizza fin troppo spesso il variegato mondo dell’associazionismo glbt italiano. Le maschere grottesche della coppia omosessuale Fabio & Fabio, già portate sul piccolo schermo, per MTV, da Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio, forse non costituiranno la pagina più brillante della satira di costume televisiva nel nostro paese (è questione di opinioni), tuttavia, anche e soprattutto alla luce delle polemiche sguaiate dei giorni scorsi, hanno un merito indiscutibile: nel tratteggiare la macchietta del gay isterico e arrogante hanno colto nel segno.

Il Fabio di Biggio pur non essendo in stato interessante pretende di essere trattato come una partoriente, impone inutilmente il tema dell’omosessualità nelle circostanze più assurde, ed è sempre pronto a tacciare implicitamente di omofobia chiunque non assecondi alla lettera le sue pretese; è ridicolo, questo è ciò risulta, ma di gay così nella realtà ne esistono eccome, gente che vorrebbe – per esempio – persino il matrimonio in chiesa: perché invece non abbandonare finalmente i cattolici e andare coi valdesi, se proprio si vuole restare cristiani?

Sul palco dell’Ariston, Biggio e Mandelli (che in versione live rendono meno che nei corti mandati su MTV) hanno riproposto pressoché fedelmente i due personaggi, in un contesto che effettivamente era inadatto e di fronte a un conduttore (Gianni Morandi) ed un pubblico evidentemente impreparati ed inadeguati ad assecondarli. Sarebbe stato un mezzo fiasco, ma in loro soccorso ecco arrivare le associazioni e altri personaggi di spicco del mondo glbt, tutti in coro: offesi, risentiti, hanno sparato accuse di omofobia a casaccio, segnalando addirittura il caso all’UNAR e al ministero dell’Integrazione, e pretendendo delle scuse ufficiali dalla Rai (che piuttosto dovrebbe scusarsi per l’uso berlusconiano – questo sì senza traccia di ironia – del corpo femminile che continua a fare); hanno riproposto esattamente il personaggio di Biggio. Colpiti e affondati, dimostrano una volta di più la loro inadeguatezza.

Siamo seri, l’omofobia è un’altra cosa, è una tragedia di proporzioni planetarie, in Italia permea non tanto – o non solo – attori o conduttori televisivi di secondo piano, quanto le istituzioni civili ed ecclesiastiche, e l’accusa di omofobia non va utilizzata contro chiunque ci sta antipatico, con una reazione isterica che è solo un autogol e di certo non è d’aiuto per la causa dei diritti civili delle persone glbt.

Marrazzo, Lo Giudice, Grillini, Scalfarotto e compagnia cantando dovrebbero prendere esempio dagli ebrei: nostri compagni di sventura nell’attraversare il terribile 900 appena concluso hanno sviluppato un senso della satira feroce, dell’autoironia impareggiabile: leggere Shalom Auslander o anche il Woody Allen scrittore, per restare al secolo scorso, è illuminante. Ecco, a una larga fetta del mondo omosessuale manca quel tipo di autoironia; per dirla con Moni Ovadia manca il «riso auto-delatorio dell’umorismo ebraico» che parte «dall’assillo identitario e dall’immagine del nemico. [...] Innanzi tutto va detto che l’umorismo ebraico non si ferma davanti a nessuno, dunque neanche davanti al proprio Dio. L’ineffabile (secondo noi ebrei) o il terribile tetragono (secondo i non ebrei) Dio del monoteismo è un’entità che si presta alle storielle umoristiche. Per lungo tempo, ad esempio, il mondo cattolico si è identificato con il terribile Dio vetero-testamentario; ma il Dio vetero-testamentario è lo stesso Dio di Gesù… E già questo fa sorridere, perché mettiamoci d’accordo: o è buono o è cattivo. Ad ogni modo, anche Dio non viene risparmiato dall’umorismo ebraico».

Qui manca un Woody Allen gay, manca quella leggerezza consapevole che ha portato Luca Ragazzi e Gustav Hofer, nel finale del loro docufilm Improvvisamente l’inverno scorso a inscenare il loro matrimonio nell’epoca dei Di.Co prodiani davanti a un discount della catena Dico. Invece abbiamo una valanga di personaggi tutti presi (più o meno consapevolmente) a sfatare il mito del gay ironico e leggero pur nella sua oggettiva condizione di sofferenza, abbiamo presidenti e militanti di circoli e circoletti che finiscono con l’essere autoreferenziali, bloggers che criticano la parodia basata su luoghi comuni ma firmano i loro articoli con lo pseudonimo “desperate gay guy”. E’ tempo sprecato quello passato a pretendere ogni attenzione su se stessi anche senza alcun motivo, se le persone glbt vogliono essere trattate come cittadini "normali" bisogna che loro per primi smettano di autoghettizzarsi ed escano fuori dalla loro tendenza alla autocommiserazione. Le associazioni glbt devono presentarsi in maniera credibile quando vanno a chiedere alle istituzioni parità di diritti (non ai conduttori tv: ma che senso ha invitare Gianni Morandi al Gay Pride se non ci vuole andare?), non devono ottenere di essere più uguali di tutti gli altri. Forse è arrivato il momento per un ricambio generazionale ai vertici delle associazioni?

Di certo, oggi Oscar Wilde non avrebbe invitato il suo amato a partire per l’Italia, se avesse visto chi sono in Italia i difensori della causa.

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martedì 14 febbraio 2012

Elogio del pinguino



Impazza il carnevale italiano, appena disturbato dalle imponenti nevicate di questi giorni, in un paese nel quale in realtà sembra essere carnevale tutto l’anno. Almeno a leggere certe dichiarazioni sparate come fuochi d’artificio da personaggi che di carnascialesco hanno tutto, se non rappresentassero anche la qualità tragica e grottesca della cultura (lemma mai tanto sprecato come in questo caso) discriminatoria, che come una metastasi impregna la nostra società.

Su un ideale carro sfilante nel corso della città italiana media, le maschere più comiche – nella loro ripugnanza – avrebbero camicie verdi e livree da maggiordomi dei palazzi d’oltre Tevere. E sparerebbero come botti le loro miserrime cavolate, per il ludibrio della folla festante. Sarebbe, per l’appunto, solo farsa; ma qui è triste realtà.

Cominciamo dalle camicie verdi. Matteo Salvini, Lega Nord, vuole presentare al sindaco di Milano Giuliano Pisapia una interrogazione per chiedere il ritiro dalle biblioteche comunali di un libricino educativo sulla famiglia indirizzato ai bambini in età pre scolare, intitolato Piccola storia di una famiglia, di Francesca Pardi, in cui si narra – con linguaggio adeguato – di una famiglia con due mamme; non molti giorni prima, invece, il PdL (con l’ottima compagnia dei fascisti di Forza Nuova) si è scagliato contro un altro libricino didattico, scritto sempre dalla Pardi e disegnato da Altan, Piccolo uovo, nel quale un uovo solitario di pinguino viene ‘adottato’ da due esemplari maschi adulti di pinguino, a formare una famiglia omosessuale, sebbene di pennuti invece che di umani. In entrambi i casi, i testi messi all’indice sono accusati di essere ideologici, di presentare come ‘normale’ una condizione innaturale, e via di questo passo, sfoderando tutto l’armamentario omofobo e razzista della destra reazionaria, filo cattolica e fascista italiana. Lo stesso armamentario che ha fatto sparare la – ennesima – cavolata del secolo a quel campione del mondo che è l’ex sottosegretario con delega alla famiglia del PdL Carlo Giovanardi, secondo il quale vedere due donne che si baciano (sulla bocca, si suppone) «è come vedere uno che fa la pipì per strada». Bum!

Al di là di simili grotteschi personaggi, ai quali non conviene prestare attenzione, il problema evidente per i cavernicoli italioti, oltre alla letale allergia al concetto di educazione sessuale, è che entrambi i testi raccontano la realtà dei fatti (le famiglie omosessuali, a cominciare da quelle che già esistono, alla faccia di lorsignori), invece che nasconderne una parte. Pratica, quella della censura della realtà, che durerà tutta la vita per coloro che avranno la sventura di essere educati da simili figuri reazionari come leghisti e cattolici oltranzisti: meglio la politica dello struzzo, che aiutare le prossime generazioni a capire e confrontarsi con la realtà.



Quello dei pinguini, tuttavia, è un destino interessante. Già alcuni anni addietro i simpatici pennuti polari erano finiti loro malgrado nell’occhio del ciclone: nel 2008 infatti, Massimo Fenati aveva pubblicato in Inghilterra (riscuotendo grande successo, in una società meno bigotta di questa) Il libro dell’amore di Gus & Waldo, dove si narra delle vicende amorose di due pinguini maschi. L’autore aveva anche firmato un contratto con Comedy Central per sviluppare l’idea in un cartoon televisivo. Il testo era stato poi importato anche in Italia, accolto dalle consuete, rassicuranti, tristi polemiche. In una intervista per il Quotidiano Nazionale, l’autore confessava di tenere a «rovesciare lo stereotipo delle relazioni gay, spesso viste dall’esterno come superficiali e di breve durata (i pinguini sono animali monogami, ndr). Volevo creare una premessa un po’ sovversiva, presentando Gus & Waldo come una coppia fissa e inossidabile, che si trova a vivere esattamente le stesse situazioni di una coppia diciamo più tradizionale».

In natura, il pinguino sembra esistere apposta per sfatare tutti i pregiudizi degi omofobi, sconfessando ogni teoria razzista sulla innaturalità dell’omosessualità: anche il pinguino in piume e penne infatti, non solo quello disegnato dal cartoonist, è capace di sentimenti monogami indirizzati verso esemplari delle stesso sesso, e non solo in circostanze peculiari come può essere la cattività caratterizzata dall’assenza di esemplari di sesso opposto. Tra i casi più recenti, quello di Pedro e Buddy nello zoo di Toronto, poi separati perché appartenenti ad una specie a rischio di estinzione, oppure la coppia di pinguini maschi cinesi dello zoo di Harbin, che cercavano ostinatamente di rubare uova di altre coppie di pinguini (etero) per allevarle: qui i custodi hanno deciso di affidar loro un uovo, togliendone uno a una mamma che insolitamente ne aveva partoriti due, con le conseguenti difficoltà di allevarli entrambi (cosa che avrebbe potuto significare la morte di uno dei due pulcini).

Oppure il caso di Z e Vielpunkt, nello zoo di Bremerhaven in Germania, che hanno adottato un uovo abbandonato da una coppia di pinguini eterosessuali, crescendo il pulcino con la stessa dedizione con la quale Roy e Silo a New York covavano un sasso – in mancanza di un uovo – finché i guardiani (evidentemente non cattolici) dello zoo non gli hanno affidato un vero uovo.

Secondo la biologa Joan Roughgarden, in questo campo piuttosto critica nei confronti del darwinismo, l’omosessualità (tra gli animali non solo i pinguini) è – dal punto di vista sociologico – un tratto distintivo delle società evolute, garanzia di convivenza pacifica all’interno delle comunità (teoria esposta nel volume Evolution’s rainbow): «Sono convinta che nel giro di cinquant’anni la dicotomia omo-etero non esisterà più, perchè preservarla richiede troppe energie da parte della società. I comportamenti complicati sono eccessivamente faticosi».

Tornando a Piccolo uovo, l’associazione radicale Certi Diritti, che ha organizzato una colletta per donarne una copia a tutte le biblioteche rionali di Milano, ricorda che il testo di Pardi e Altan «ha un ‘nonno’, che si chiama “Extraterrestre alla pari” di Bianca Pitzorno, pubblicato per la prima volta nel 1981 e oggi nel catalogo EL, su un giovanissimo alieno che non è né maschio né femmina e che solo alle soglie della pubertà deciderà a quale sesso appartenere e un papà: “Camilla e i suoi amici”, un romanzo per ragazzi della scrittrice Sandra Scoppettone pubblicato da Mondadori nel 1992. Ha poi un cuginetto, “E con Tango siamo in tre” di Justin Richardson e Peter Parnell, pubblicato dalla Junior nel 2010, in cui si racconta la storia vera di due pinguini maschi che mettono su famiglia insieme e adottano un uovo abbandonato. E ha tanti altri amichetti, alcuni coetanei – come “Milly, Molly e tanti papà” di Gil Pittar e “Chris” uscito nel 2006 da Morrell(Edt), “Nei panni di Zaff” di Manuela Salvi e Francesca Cavallaro (Fatatrac 2005), in cui si parla di un maschietto che gioca con le bambole e si veste da bambina, e “Quante famiglie!” (il Castoro 2010) di Pico Floridi e Amelia Gatacre – altri più grandicelli, i romanzi per ragazzi o per giovani adulti: “Tu Cher dalle Stelle” di Matteo Bianchi (Playground 2006), “Love Story” di Martina Zaninelli (Edicolors 2004), “Cartoline dalla terra di nessuno” di Aidan Chambers (Fabbri 2001), “Lettere dal mare” di Chris Donner (Einaudi ragazzi 1993), “Joe e basta” di James Howe (Playground 2006), “Oh boy” di Marie Aude Murail (Giunti 2006), “Luna” di Julie Ann Peters (Giunti 2010), “Will ti presento Will” di John Green e David Levithan, uscito nel maggio 2011 per Piemme e molti altri».

Dunque, l’uomo è meno evoluto del pinguino? Oppure: il pinguino salverà il mondo dal fondamentalismo? Comunque la pensiamo, nel confronto tra lo struzzo e il pinguino vince nettamente il pinguino!

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venerdì 3 febbraio 2012

La morte è piccola per noi



Se fossimo un paese maturo dal punto di vista civile, certi argomenti sarebbero trattati in maniera seria, argomentando e non facendo gossip; il che poi spesso equivale a disinformare. E dopo il confronto, che non durerebbe in eterno, si arriverebbe a decidere. L’eutanasia è uno di quegli argomenti eticamente sensibili che meriterebbero di essere trattati con quel tipo di serietà; e invece tutto viene messo nel tritacarne mediatico senza alcun riguardo, trattato come se a parlarne fosse una classe di prima elementare, tagliato con l’accetta e messo nel frullatore insieme a qualunque altra cosa gli somigli anche lontanamente, ad esempio il rifiuto dell’accanimento terapeutico.

Mario Monti e i suoi colleghi di governo hanno ben altro di cui occuparsi, attualmente, che regolamentare un settore delicato come il fine vita; così come tutti i governi degli ultimi decenni, perennemente indaffarati con l’urgente, a scapito dell’importante. Così, riportare – sia pur brevemente – il dibattito alla ribalta (perché qualcuno dovrà pure supplire alla latitanza della politica), tocca a due show girls piuttosto attempate come Alice ed Helen Kessler, quelle del dadaumpa, già censurate nell’Italia bigotta di allora (in realtà non molto diversa da quella di adesso) per l’esposizione sfrontata delle gambe nei loro show. In una intervista concessa a Chi, settimanale allineato al potere e all’occorrenza anche filo cattolico, diretto da Alfonso Signorini (quello che confessò in tv il suo senso di colpa per la sua condizione di omosessuale cattolico, in una delle pagine più squallide della storia della televisione di tutta la Galassia), avrebbero dichiarato: «Se una delle due entrerà in coma irreversibile o sarà comunque ridotta allo stato vegetativo, l’altra l’aiuterà a morire». In effetti in Germania, dove le Kessler vivono, pianificare le modalità del proprio trapasso è possibile, perché il suicidio assistito non è reato e anche le disposizioni anticipate di trattamento sono state regolamentate da tempo.

Per quei pochi organi di stampa nostrani che ne hanno riferito, la dichiarazione delle soubrettes tedesche è una «scelta-choc»: definizione che è una bella esibizione di pigrizia intellettuale, superficialità e provincialismo. E scandalismo, diremmo, se non fosse che in effetti è davvero uno shock che nel mondo dello spettacolo, a sud delle Alpi, si affronti una faccenda così importante e seria con una serenità e chiarezza di idee che nelle stanze chiuse della politica mediamente non si riesce nemmeno ad avvicinare; anche se si avesse la volontà o la libertà di farlo. E’ uno shock scoprire che nel resto del continente (in larga parte) le libertà individuali e il principio di autodeterminazione, dal primo all’ultimo istante della vita, sono un valore oramai acquisito dalla opinione pubblica e dalla politica.

Qui, invece, dobbiamo attendere le dichiarazioni di due soubrettes quasi in pensione, solo per ricordarci (peraltro per poche ore: Sanremo, il calcio mercato e l’Isola dei famosi hanno enormemente più spazio sui media) cos’é stato finora il dibattito pubblico sull’eutanasia e sul fine vita in Italia: di bassissimo livello, viziato dal solito pregiudizio ideologico di matrice cattolica sull’indisponibilità della vita.

Qui, grazie anche alla pigrizia di qualche cronista, si fa passare per strano e svilente che a parlare della libertà di scegliere come affrontare la morte siano le gemelle Kessler: come se fosse un argomento riservato a qualche elite culturale e non a tutti, quando la realtà è che pressoché chiunque di noi – se quelli nei palazzi del potere avessero davvero interesse ad ascoltarci - ha già ben chiara la sua idea.

Qui dobbiamo andare al traino delle show girls degli anni Sessanta: dunque, se questo è il metodo, speriamo che presto anche Minnie Minoprio faccia qualche esternazione, e Lola Falana le faccia eco da par suo, magari con uno scatenato balletto.

Signore e signori, buonasera!

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lunedì 30 gennaio 2012

Matrimonio gay: il nome della cosa



Leggendo una recente intervista concessa al Quotidiano.net dal vescovo di Ragusa, mons. Paolo Urso, spicca la posizione – apparentemente – aperta di quest’ultimo sulle unioni civili, persino quelle omosessuali. Dopo aver liquidato le sempre più diffuse convivenze (specie tra i giovani) come «elemento di poca sicurezza», «paura delle responsabilità» e «disistima del matrimonio», il monsignore gentilmente concede che lo Stato laico (bontà sua) deve prendere atto della realtà e legiferare sulle unioni civili, anche omosessuali, fermo restando che la valutazione morale spetta ad altri (leggi: alla Chiesa). E a patto che siano chiamate «con un nome diverso dal matrimonio, altrimenti non ci intendiamo».

Puntuali e prevedibili sono arrivate le polemiche: i talebani di Pontifex reclamano a gran voce tutte le sanzioni del caso nei confronti dell’incauto prelato (il quale infatti farà una mezza marcia indietro dando sostanzialmente colpa dell’equivoco al giornalista del Quotidiano). Ironia della sorte: impossibile, pur mettendocela tutta, non notare che in bella evidenza nelle colonne laterali nella home page di Pontifex, uno spiritello maligno – o magari il demonio in persona – ha infilato il banner di un sito francese per incontri pour celibataires exigeants, dove uomini e donne possono ‘incontrarsi’ tra di loro, ma anche incontrare persone del loro stesso sesso!

Anche Massimo Introvigne, filosofo cattolico, fondatore del Censur (Centro Studi sulle Nuove Religioni) ed ex delegato dell’Osce per la lotta contro il razzismo, la xenofobia e le discriminazioni (ruolo, come stiamo per vedere, assegnatogli non certo per meriti sul campo della lotta a tutte le discriminazioni), si è lanciato in una esibizione di intolleranza di prima grandezza: per cominciare il suo rimprovero al vescovo di Ragusa, afferma che «se si arrivasse a chiamare ‘matrimonio’ un’unione fra persone dello stesso sesso questo causerebbe seri problemi sociali». Come sempre accade, questo tipo di affermazione non viene mai seguita da una dimostrazione logica; poi, dopo aver paventato l’estrema pericolosità dell’eventuale riconoscimento delle unioni civili (anche eterosessuali) etichettate come «rischio mortale per la famiglia» (anche qui: affermazione senza dimostrazione), introduce – citando il filosofo francese Thibaud Collin – il concetto di legge del piano inclinato: «Se si apre la porta al riconoscimento di queste unioni con il nome di PACS, DICO o simili, il matrimonio è dietro l’angolo come tappa successiva». E via delirando di questo passo, in quello che è il manifesto ideologico della discriminazione di genere e dell’omofobia.

Altra è invece la musica che arriva in questi giorni da oltre oceano: meno di due anni fa, il gigante dell’informatica Google, già apertamente schierato a favore del matrimonio gay, aveva deciso di aumentare lo stipendio ai propri dipendenti omosessuali, perché questi godono di sgravi fiscali minori rispetto ai colleghi eterosessuali e sono costretti a pagare più tasse per coprire le spese sanitarie dei loro partners. Ai suoi dipendenti gay, inoltre, Google concede lo stesso numero di ore di permesso per questioni mediche o familiari.

Ora, è l’altro gigante nonché concorrente di Google, e cioè Microsoft, a schierarsi apertamente in favore dei diritti delle persone glbt. L’azienda di Bill Gates spinge affinché lo stato di Washington (dove ha sede legale) approvi una legge sui matrimoni omosessuali: «il patrimonio di Microsoft», si legge in un comunicato, «è una forza lavoro di talento e diversificata come i nostri clienti. Dal momento che altri stati riconoscono il diritto al matrimonio per tutti, gli impiegati di Washington sono svantaggiati se non possiamo offrire lo stesso ambiente, equo e inclusivo ai nostri dipendenti, al nostro personale e alle loro famiglie. Questa legge metterebbe i lavoratori di Washington sullo stesso piano di quelli degli altri sei stati che hanno già riconosciuto le relazioni stabili delle coppie dello stesso sesso. Approvare la legge farebbe bene ai nostri affari e all’economia dello Stato (…) Noi ci sforziamo di promuovere attivamente la diversità, l’equità e l’inclusione nel posto di lavoro». Cose dell’altro mondo!

Intanto in Olanda, primo paese al mondo (oltre dieci anni fa) a concedere ai suoi cittadini omosessuali la possibilità di contrarre un matrimonio civile equiparato in tutto a quello eterosessuale, il Parlamento ha varato una norma che rende passibili di denuncia per violazione della legge contro le discriminazioni quei pubblici ufficiali che, nel nome dell’obiezione di coscienza, dovessero rifiutarsi di celebrare un matrimonio gay. Sulla scia di quanto già predisposto in Irlanda, dove nella legge varata nel luglio del 2010 sul Civil partnership bill era inserita una clausola che prevede severe sanzioni per gli eventuali obiettori, incluso il carcere.

Questo succede, sia pure con lentezza e non senza difficoltà, in quei paesi dove il controllo della religione sulla vita privata dei cittadini e sulla politica non è così asfissiante come qui: come minimo se ne può parlare, in un dibattito non viziato irrimediabilmente dal pregiudizio ideologico. In un contesto simile, le consuete obiezioni al matrimonio gay (e in genere all’affermazione civile delle persone glbt) possono facilmente essere confutate, smontate pezzo per pezzo con dimostrazioni pratiche di infondatezza; e quello che resta (il fine ultimo del procedimento), tolte le sovrastrutture ideologiche e gli artifizi retorici, sarà, limpida nella sua chiarezza, la vera ragione della contrarietà: l’odio, l’intolleranza, il razzismo. E la nostalgia dell’assolutismo, essenza della religione, l’arroganza prepotente di chi si vuole imporre pur non avendo alcun titolo per farlo.

Per inciso: se il problema è quello esposto da mons. Urso, cioè quello del nome da dare all’istituto delle unioni civili e del matrimonio civile, ebbene, che si conceda alla religione il copyright della parola matrimonio (sebbene non ce l’abbia), se questo fosse utile per ottenere finalmente uno straccio di progresso civile.

Progresso che, come abbiamo già visto in altre circostanze, arriva prima se viaggia sulle ali del business, piuttosto che su quelle della politica: la casa automobilistica francese Renault starebbe per immettere nel circuito commerciale televisivo un nuovo spot, dove si reclamizza il modello Twingo sullo sfondo di un serenissimo (normale, se questa parola avesse un significato) matrimonio omosessuale. Lo spot è già visibile su YouTube: guardatelo, prima che intervenga la censura.

Già pubblicato qui.

venerdì 20 gennaio 2012

Pensiero stupendo



Due statistiche rese pubbliche a breve distanza confermano una volta di più il processo di distacco crescente dalla religiosità in atto da tempo nel nostro paese, specie nelle fasce di età più giovani della società.

Il Rapporto sulla Secolarizzazione pubblicato a cura della Cgil – Nuovi Diritti e della Fondazione Critica Liberale, presentato il 12 dicembre scorso a Roma, si basa su dati forniti dall’Istat, dal Ministero dell’Istruzione e della Sanità, e dell’annuario statistico del Vaticano e della Cei.
Il Corriere della Sera, invece, riferisce di un dibattito in corso sul tema della secolarizzazione, che si poggia su indagini curate tra gli altri da Roberto Cartocci, docente di Scienze politiche alla università Alma Mater di Bologna, Franco Garelli, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali all’università di Torino, Rodney Stark, statunitense, sociologo della religione e Alberto Melloni, storico della Chiesa.

In entrambi i casi, si delinea un quadro che vede un calo progressivo dei matrimoni religiosi, dei battesimi, cresime e prime comunioni; aumentano invece le coppie di fatto (820mila nel 2009), i matrimoni civili (quasi il 63% del totale) e il numero degli studenti che non si avvalgono dell’insegnamento di religione a scuola. Calano le offerte volontarie alla Chiesa, e pure il gettito dell’otto per mille è in diminuzione, così come le vocazioni alla vita consacrata. Anche una prospettiva geografica di queste indagini vede interessanti spostamenti, con il nord est (guidato dal Veneto bianco), tradizionalmente percepito come area a forte influenza cattolica, che si allinea progressivamente con l’anima laicista del centro Italia (Toscana ed Emilia Romagna in primis).

«Il 73 per cento degli italiani, secondo Franco Garelli, ritiene che spetti alla coscienza individuale stabilire ciò che è giusto e che ad esempio si possa essere buoni cattolici anche senza conformarsi ai precetti di morale sessuale», scrive Marco Rizzi sul Corriere. Il pensiero stupendo che ci balza alla mente, è che con il distacco crescente dalla religiosità cattolica tradizionale, con l’influenza sempre meno importante della sua morale sulle scelte personali, si possa creare spazio per una società più equa, quanto a diritti civili, e che questo possa giovare anche alla religione stessa, che in assenza di condizionamenti culturali evidenti o addirittura imposti può – se deve accadere – affermarsi per libera scelta, cosa che le darebbe un valore ed una autenticità altrimenti impossibili.

Intanto, però, la risposta tradizionale della religione alla inarrestabile secolarizzazione è sempre quella: l’occupazione del potere, per quanto più possibile. Ossia la trasformazione della religione da fatto di pura spiritualità in questione di mera conquista ed esercizio del potere secondo una pratica lobbistica ben collaudata, non solo per propiziare la diffusione (l’imposizione) del messaggio religioso; ed è il motivo per cui ad una evoluzione sempre più evidente in senso liberale della società non corrisponde una risposta politica adeguata e tempestiva.

L’occupazione di tutti gli spazi della vita pubblica di una società e del privato dei singoli si esprime, in epoca moderna soprattutto, con l’invasione degli spazi informativi e anche dell’intrattenimento: il rapporto di CGIL e Critica Liberale, infatti, fa anche una interessante analisi della presenza e rappresentazione dei temi religiosi nei media, soprattutto televisivi: crescono le fiction ambientate in ambienti ecclesiastici, da Don Matteo in giù, e i tradizionali programmi religiosi (come A sua immagine) non vengono messi in discussione, come se le rilevazioni dell’auditel li schivassero totalmente. «Insomma, se gli italiani non vanno in chiesa, la Chiesa entra in casa loro dalla finestra TV», scrive MicroMega presentando lo studio.

In tutto questo, il free press Leggo ieri scriveva della vicenda di Milo Infante, giornalista e conduttore televisivo, il quale sarebbe ai ferri corti con la Rai per una sorta di mobbing aziendale, che lo vedrebbe non valorizzato nelle sue competenze, nella conduzione del programma L’Italia sul due – peraltro in calo di ascolti; il quotidiano, tra i motivi per i quali il conduttore starebbe per fare causa all’azienda, cita espressamente il fatto che alcuni ospiti sarebbero imposti dall’alto: «Ogni giorno un rappresentante di Nuovi Orizzonti, guarda caso onlus super cattolica. Come il dg Lorenza Lei».

Comunque stiano le cose, questo è il pensiero stupendo che ha per noi qualcuno che sta nei piani alti: «E tu, e noi, e Lei tra noi…».

Pubblicato ieri qui.